lunedì 19 gennaio 2026

Traiettorie di Vita degli ex Testimoni di Geova

 Traiettorie di Vita degli ex Testimoni di Geova: 

Autonomia, Identità e Scelte dopo l’Uscita




Introduzione

Lasciare l’organizzazione dei Testimoni di Geova è un evento che provoca uno sconvolgimento profondo, ma non si esaurisce in un momento isolato. Gli studiosi sottolineano che l’uscita da una religione ad “alto controllo” è un processo complesso e continuo di ricostruzione dell’identità e della visione del mondo. Chi esce affronta spesso un periodo di smarrimento e sofferenza: la perdita improvvisa di una comunità totalizzante comporta paura, senso di colpa, solitudine, perfino traumi psicologici come ansia, depressione o stress post-traumatico. L’ostracismo (il cosiddetto shunning) praticato dai Testimoni verso i fuoriusciti può avere effetti gravi e duraturi sul benessere mentale, alimentando sentimenti di vuoto, perdita di controllo e autosvalutazione. Una ex aderente italiano ha descritto la disassociazione come il ritrovarsi “soli, tagliando i ponti con la famiglia e gli amici”, al punto da “non avere più un passato”, come se la propria vita precedente andasse rinnegata o nascosta ai nuovi conoscenti.

https://www.periscopionline.it/geova-111980.html#:~:text=Disassociarsi%20da%20una%20setta%20significa,che%20sono%20fuori%20dalla%20setta

Molti paragonano i primi passi nel “mondo esterno” a quelli di “un bambino che [impara] a camminare” – un neonato sociale che deve scoprire da zero come funzionano relazioni e scelte in autonomia.




Eppure, insieme alle difficoltà, emergono presto anche elementi positivi: quasi tutti gli ex membri riferiscono un senso di sollievo, libertà e perfino gioia nell’aver spezzato i vincoli opprimenti. L’abbandono di un gruppo ad alta richiesta diventa così un atto di riappropriazione dell’autonomia personale e di riscoperta della propria identità autentica, benché attraverso un percorso spesso travagliato. Non a caso, c’è chi definisce l’uscita una vera “rinascita” personale, pur dovendo “rimettere insieme i pezzi” della propria vita passo dopo passo.

All’interno di questo processo di transizione, gli ex Testimoni di Geova intraprendono percorsi esistenziali diversificati. Ciascuno trova a modo suo un nuovo equilibrio spirituale, psicologico e sociale. Dai dati di ricerca e dalle numerose testimonianze dirette, è possibile distinguere almeno cinque traiettorie tipiche di chi lascia la fede geovista, che corrispondono grosso modo anche alle tipologie di “deconversione” individuate in letteratura. In breve sintesi, alcuni ex Testimoni conservano la fede in Dio o in Cristo, ma in forma privata e non istituzionalizzata; altri abbracciano un’altra religione o confessione; altri ancora si definiscono “spirituali ma non religiosi”, coltivando una spiritualità individuale; vi è poi chi mantiene una visione laica o umanista, senza appartenere ad alcuna comunità religiosa; infine, molti adottano una prospettiva atea o agnostica, vivendo l’uscita come un’emancipazione completa dalla religione.

Nei prossimi paragrafi analizzeremo in profondità ciascuna di queste cinque traiettorie, esplorandone le motivazioni profonde, il vissuto psicologico (fra eventuali sensi di colpa, paure, ritrovata libertà e ricostruzione del sé), la dimensione spirituale (in termini di continuità o rottura col passato), le scelte concrete di vita (relazioni, famiglia, studio, lavoro, etica personale), il rapporto con il passato geovista, e il linguaggio con cui ciascun gruppo di ex membri racconta la propria esperienza. Tale linguaggio, come vedremo, non è mai neutro: le parole chiave, le metafore e il tono emotivo che gli ex Testimoni adottano diventano uno strumento fondamentale per ridefinire sé stessi e dare senso alla nuova fase della loro vita al di fuori della congregazione.


1. Mantenere una fede cristiana personale e non istituzionalizzata






Una prima traiettoria vede gli ex Testimoni di Geova che, pur uscendo dall’organizzazione, non perdono la fede in Dio o in Cristo. Le motivazioni di questa scelta affondano spesso nelle ragioni stesse dell’abbandono: molti di loro lasciano il movimento non perché abbiano smesso di credere nella Bibbia o in valori cristiani, ma per una delusione verso l’istituzione dei Testimoni di Geova. Ad esempio, scoprono incongruenze dottrinali, false profezie o ipocrisie morali nell’Organizzazione, e concludono che il problema è la congregazione umana, non la fede in Dio. In altri casi l’uscita è dovuta a disaccordi etici (per esempio sul rifiuto dei trattamenti medici, sul controllo della vita privata, sul trattamento delle donne) ma questi ex adepti continuano a ritenere valida la morale cristiana di base. Spesso dichiarano: “Credo ancora nella Bibbia e in Gesù, ma non nella Watchtower”. La loro può essere vista come una rottura con la religione organizzata, ma non con la spiritualità personale.

Dal punto di vista psicologico, questa traiettoria offre ad alcuni un senso di continuità rassicurante: abbandonare “la Verità” (come i Testimoni chiamano il loro credo) può generare angoscia e vuoto; mantenere una fede in Dio aiuta a colmare quel vuoto e a fronteggiare il senso di colpa inculcato verso chi “abbandona Geova”. Molti di questi ex membri, infatti, reinterpretano la propria uscita non come un tradimento di Dio, ma al contrario come un atto di fedeltà a una verità più alta. Raccontano di aver “salvato la propria relazione con Cristo” uscendo da un’organizzazione che percepivano corrotta o lontana dal messaggio evangelico autentico. In questo modo neutralizzano la paura apocalittica del giudizio divino: credono che un Dio misericordioso comprenderà la loro scelta sincera di non aderire più a una religione che reputavano falsa. Come ha osservato un ex Testimone, «se Dio esiste ed è veramente giusto e amorevole, saprà che sto seguendo la mia coscienza. Se invece la mia ex religione aveva torto, allora ho riguadagnato la mia onestà verso me stesso». Questo atteggiamento mostra come riescano a trasformare il precedente senso di colpa in autenticità personale: invece di sentirsi “apostati”, si percepiscono come credenti che hanno rifiutato l’ipocrisia.

La dimensione spirituale per questi fuoriusciti rimane quindi intatta in termini di fede di fondo, ma cambia forma. Molti coltivano una religiosità privata: pregano, leggono la Bibbia o altri testi sacri in autonomia, sviluppando una fede “fai da te”. Alcuni formano piccoli gruppi informali di ex correligionari per studiare la Bibbia senza i filtri dottrinali geovisti, altri si uniscono a comunità cristiane alternative ma in modo marginale (ad esempio, possono frequentare saltuariamente chiese evangeliche senza diventare membri ufficiali). In generale però evitano le strutture gerarchiche rigide, proprio perché desiderano preservare la propria autonomia spirituale conquistata. Il loro rapporto con Dio spesso viene descritto in termini più intimi e diretti, senza l’intermediazione di un’organizzazione: parlano di “relazione personale con Cristo”, di guida interiore dello Spirito Santo, ecc., marcando una discontinuità col linguaggio fortemente istituzionale dei Testimoni. Ad esempio, mentre da Testimoni erano abituati a espressioni come “l’Organizzazione di Geova” o “il canale di Dio”, ora preferiscono riferirsi semplicemente a Dio o Gesù senza aggettivi, oppure parlare di “camminare con il Signore” in senso individuale. Questa scelta lessicale segnala la volontà di prendere le distanze dall’idea che solo tramite il Corpo Direttivo si possa avere un rapporto con il divino.

Per quanto riguarda le scelte concrete di vita, gli ex Testimoni che mantengono la fede cristiana spesso continuano ad aderire a molti principi etici imparati nella comunità di origine: tendono a uno stile di vita sobrio, onesto, centrato sulla famiglia. Non è raro che ancora evitino abitudini precedentemente proibite (fumo, eccessi nell’alcol, condotta sessuale molto libertina), non per imposizione esterna ma per convinzione personale. D’altra parte, ora si concedono libertà prima negate: ad esempio festeggiano ricorrenze come il Natale o i compleanni (spesso con grande entusiasmo, recuperando il tempo perduto), intraprendono carriere nell’istruzione superiore o professioni prima scoraggiate, e fanno scelte mediche liberamente (accettando trasfusioni o altri trattamenti). Se in passato l’orizzonte di vita era limitato dall’attesa imminente della “fine del mondo”, adesso pianificano il futuro terreno – lavoro, pensione, progetti a lungo termine – senza sensi di colpa. Chi ha figli tende a educarli ai valori cristiani ma con mente aperta, spesso dicendo: “Insegno loro la fede in Dio, ma lascerò che scelgano liberamente cosa credere”. Questa è una netta rottura con l’educazione ricevuta, che invece non lasciava spazio a scelte alternative.

Il rapporto con il passato geovista per questi individui è spesso ambivalente. Da un lato, riconoscono elementi positivi della loro ex vita religiosa – per esempio, l’aver appreso la Bibbia, l’aver sviluppato abitudini di preghiera, o valori morali solidi – e tendono a integrare quelle parti nella loro nuova identità. Alcuni esprimono gratitudine per aver “imparato ad amare Dio” nella congregazione, pur rammaricandosi per le distorsioni dottrinali. Dall’altro lato, c’è una chiara presa di distanza dottrinale: rileggono molti insegnamenti dei Testimoni come “errori umani” o addirittura come inganni. Emblematico è il caso di Andrea, ex proclamatrice, che dopo aver studiato le Scritture al di fuori della Watchtower ha concluso che la dirigenza geovista “non poteva essere guidata da Dio” perché aveva insegnato dottrine rivelatesi fallaci. Sentendosi tradita sul piano spirituale, ha trovato altrove una dottrina più coerente con la Bibbia e ha abbandonato la vecchia organizzazione

https://incmedia.org/reasons-why-i-left-the-jehovahs-witnesses/#:~:text=And%20so%20after%20learning%20from,have%20been%20commissioned%20by%20God

Questo esempio illustra bene l’atteggiamento di chi conserva la fede: se condannano il passato, lo fanno non in quanto religione in sé, ma in quanto falsa rappresentazione di Dio. Quindi non rinnegano Dio, bensì l’autorità umana che pretendeva di parlare in Suo nome. Talvolta continuano a usare un termine caro al gergo geovista – “la Verità” – ma invertendone il senso: non più per riferirsi alla religione dei Testimoni, bensì al messaggio evangelico originario o a Cristo stesso (“Gesù è la Verità”). È una riappropriazione semantica che segnala la volontà di strappare il monopolio della verità alla ex organizzazione e di attribuirlo alla propria ritrovata fede personale.

Quanto al linguaggio e alle metafore, questi ex membri tendono ad adottare un tono meno carico di astio rispetto ad altri tipi di fuoriusciti, proprio perché mantengono elementi di continuità. Spesso parlano dei Testimoni di Geova come di una “setta” o di un movimento errante, ma evitano gli insulti più duri; preferiscono contrapporre luce e tenebre in senso spirituale (la “luce” della relazione diretta con Dio contro le “tenebre” dell’errore dottrinale). Usano ancora un vocabolario religioso, ma arricchito di termini di altre tradizioni cristiane: ad esempio possono parlare di “grazia”, “rinascita spirituale”, “libertà in Cristo”, espressioni assenti nel lessico geovista. Il tono emotivo è spesso sereno, persino gioioso: chi testimonia di aver “trovato Cristo fuori dall’Organizzazione” comunica entusiasmo e sollievo, più che rabbia. In sintesi, questa traiettoria rappresenta una continuità nella fede unita a una discontinuità nell’appartenenza: l’ex Testimone si percepisce ancora credente, ma finalmente autonomo, libero di vivere la propria religiosità senza il controllo di un ente umano.

2. Conversione a un’altra tradizione religiosa






Una seconda traiettoria ben documentata è quella degli ex Testimoni di Geova che aderiscono a un altro credo o a un’altra comunità religiosa dopo l’uscita. Invece di restare senza affiliazione, questi individui scelgono una “terra d’approdo” alternativa nel panorama religioso. Le destinazioni più comuni variano: per alcuni si tratta di chiese cristiane tradizionali (come la Chiesa Cattolica o comunità Protestanti “storiche”), per altri di denominazioni evangeliche o pentecostali, altri ancora abbracciano religioni diverse dal cristianesimo (è raro ma non impossibile – ad esempio qualcuno potrebbe convertirsi al buddismo, all’islam, ecc.). Le motivazioni profonde dietro questa scelta spesso combinano bisogni spirituali e sociali. Da un lato, chi percorre questa strada sente ancora forte il bisogno di appartenenza comunitaria: dopo aver perso la “famiglia” dei Testimoni, avverte il desiderio di far parte di un nuovo gruppo dove trovare sostegno, strutture rituali e un senso di identità condivisa. Dall’altro lato, c’è la ricerca di una verità religiosa soddisfacente: molti raccontano di aver “cercato la vera religione” dopo aver concluso che la precedente non lo era. Ad esempio, c’è chi studia le dottrine di varie chiese alla ricerca di quella che appaia più coerente e fondata biblicamente, oppure più autentica e meno settaria. Un ex aderente narra come, dopo anni di ateismo e sbandamento morale seguiti all’uscita, abbia sentito un rinnovato richiamo della fede e infine si sia convertito al Cattolicesimo, trovando in esso “una continuità di 2000 anni” di tradizione cristiana e un’esperienza di “liberazione” spirituale

https://catholicherald.org/local/former-jehovah-s-witness-on-fire-with-catholic-faith/#:~:text=The%20conversion%20to%20Catholicism%20began,a%20passage%20in%20Matthew%E2%80%99s%20Gospel

Un altro esempio è Andrea, menzionata prima: delusa dalla mutevolezza delle dottrine geoviste, si è avvicinata alla Iglesia ni Cristo (un movimento cristiano restaurazionista filippino) perché vi ha trovato dottrine stabili “scritte nella Bibbia” e una guida che le sembrava più credibile. In casi simili, la conversione ad un’altra fede viene vissuta come un ritrovamento di certezze dottrinali e come l’ingresso in una comunità accogliente che colma il vuoto relazionale lasciato dall’ostracismo dei Testimoni.

Dal punto di vista psicologico, la transizione verso un nuovo gruppo religioso può attenuare alcuni disagi tipici dell’uscita. L’adesione a una nuova comunità fornisce un immediato sostegno sociale: nuovi amici, talvolta una nuova “famiglia” religiosa che spesso – a differenza dei Testimoni – accetta il convertito a braccia aperte e con curiosità per la sua storia. Ciò mitiga la sensazione di solitudine e di “essere naufragato” che tormenta molti fuoriusciti. Inoltre, passare a un’altra fede permette di dare continuità all’identità religiosa in modo diverso dal caso precedente: qui non si tratta solo di fede personale, ma di appartenere ancora a “qualcosa di più grande”. Questo può aiutare a superare il disorientamento identitario. Tuttavia, non è un percorso privo di complessità emotive. Chi entra in una nuova religione spesso deve integrare due pezzi di sé: l’ex Testimone, con tutto il bagaglio di esperienze e ferite, e il neofita di un nuovo credo. All’inizio possono emergere conflitti interiori – ad esempio, partecipare a riti prima considerati “pagani” o “falsi” (come la messa cattolica, i cori gospel, celebrare le festività) può provocare in alcuni un eco di paura o senso di colpa, retaggio della precedente mentalità. Un convertito cattolico racconta che inizialmente provava un’inquietudine assistendo a cerimonie mariane, quasi temendo di tradire il monoteismo puro che gli era stato inculcato. Col tempo, però, questi sentimenti si affievoliscono man mano che la persona si immerge nella nuova identità. Un ulteriore aspetto psicologico è la riscoperta di sé attraverso nuovi occhi: spesso i nuovi correligionari aiutano l’ex Testimone a rivalutare positivamente qualità personali prima represse. Ad esempio, un ex proclamatore diventato evangelico potrebbe scoprire di avere talento nel predicare in modo creativo (mentre prima seguiva copioni rigidi porta a porta), oppure una donna che entra in una chiesa più egalitaria potrebbe sentirsi finalmente valorizzata come individuo e non solo in funzione degli uomini. In sintesi, questa traiettoria offre un ambiente strutturato per la ricostruzione identitaria, fungendo quasi da ponte tra la vecchia e la nuova vita.

La dimensione spirituale vissuta dai convertiti varia a seconda del gruppo scelto, ma in generale rappresenta sia continuità che rottura. Continuità, perché spesso rimane centrale la credenza in Dio (spesso lo stesso Dio del cristianesimo, se scelgono un’altra chiesa cristiana) e una ricerca di senso trascendente. Rottura, perché cambiano i paradigmi teologici e le pratiche. Per esempio, un ex Testimone che diventa cristiano evangelico continuerà a basarsi sulla Bibbia, ma imparerà forse una nuova interpretazione della figura di Cristo (magari accettando la Trinità che prima rigettava) e nuove forme di culto più spontanee. Se invece approda al Cattolicesimo, adotterà elementi prima completamente estranei come la venerazione dei santi, i sacramenti, ecc. Curiosamente, alcuni concetti possono trovare una sorta di rielaborazione nella nuova fede: ex Testimoni che diventano avventisti del settimo giorno ritrovano ad esempio l’enfasi sull’Apocalisse e su uno stile di vita rigoroso, elementi simili al loro passato ma ora inseriti in un diverso contesto dottrinale. Altri che passano a chiese carismatiche, invece, vivono un forte contrasto – immaginando, per dire, il silenzio composto delle Sale del Regno contrapposto all’entusiasmo di cori e preghiere ad alta voce – e descrivono tale passaggio come una liberazione spirituale da una fede “fredda” a una “viva”. Un convertito ha narrato che, leggendo un passo del Vangelo in un momento di crisi, ha sentito per la prima volta “il Cristo Risorto balzare fuori dalle pagine” divenendo per lui reale, in un modo che non aveva mai sperimentato da Testimone. Questo genere di linguaggio enfatizza un salto qualitativo nell’esperienza religiosa: la nuova appartenenza non è vista come un semplice ripiego, ma come la scoperta di una verità più piena o di una relazione con il divino più autentica.

Anche le scelte di vita concrete riflettono spesso l’adattamento alla nuova comunità. L’individuo potrebbe adeguarsi a nuove norme etiche o stili di vita: ad esempio, chi diventa musulmano adotterà nuovi precetti alimentari e di preghiera; chi diventa cattolico magari si sposerà in chiesa (cosa che da Testimone non avrebbe fatto) e battezzerà i figli; chi diventa buddista praticherà meditazione, e così via. Molti sfruttano opportunità prima precluse: un ex Testimone che entra in una chiesa evangelica può decidere di studiare teologia e diventare pastore, cosa impossibile nella struttura geovista se non eri uomo nominato secondo rigidi criteri. Oppure, nelle nuove comunità possono impegnarsi in attività di volontariato sociale, spinti da un diverso accento sull’amore verso il prossimo. Sul piano familiare, non di rado questi cambiamenti portano conflitti ma anche coesione: capita che intere famiglie escano insieme dai Testimoni e si convertano unite a un’altra fede – rafforzandosi a vicenda nel percorso. Altre volte, invece, è il singolo a convertirsi mentre il coniuge rimane Testimone: ciò può creare tensioni notevoli (si pensi a un genitore cattolico e uno geovista che cercano di trasmettere visioni antitetiche ai figli). In ogni caso, chi cambia religione tende a riorganizzare la propria vita attorno ai nuovi valori: frequenta regolarmente i nuovi servizi religiosi, instaura amicizie dentro il nuovo gruppo, e spesso allenta o rompe definitivamente i legami con i vecchi compagni di fede. Questo avviene anche perché i Testimoni praticano l’ostracismo: per un ex fratello convertito “a Babilonia” (così definiscono le altre chiese) non c’è praticamente possibilità di rapporto con i membri attivi, se non forse con familiari strettissimi e tolleranti. Dunque, volente o nolente, il convertito deve rifarsi una cerchia sociale ex novo – e la trova perlopiù nella nuova comunità.

Il rapporto con il passato geovista nei convertiti ad altra fede è in genere di netto rifiuto teologico, ma può esserci una certa comprensione retrospettiva sul piano umano. Molti, soprattutto se passano a un’altra chiesa cristiana, considerano i Testimoni di Geova alla stregua di un “errore di gioventù” o di un’illusione settaria da cui sono stati tratti in salvo. Ad esempio, diversi convertiti descrivono la precedente affiliazione come “schiavitù” e l’uscita come “liberazione”. Un ex Testimone divenuto cristiano evangelico ha definito l’organizzazione JW “una prigione spirituale”, affermando di aver trovato la vera libertà solo accettando Gesù come Salvatore personale, senza le strutture del geovismo. Spesso usano la parola “inganno” riferita alle dottrine passate: per loro i Testimoni sarebbero stati ingannati da uomini (il Corpo Direttivo), mentre ora essi si sentono nella luce della verità. In alcuni casi, convertendosi a una religione con un clero formato, gli ex adepti acquisiscono strumenti critici per analizzare il proprio passato: per esempio, ex Testimoni divenuti cattolici o protestanti studiano la storia delle dottrine Watchtower e pubblicano libri o articoli apologetici per confutare i vecchi insegnamenti, trasformando la propria esperienza in testimonianza attiva contro l’errore. Tuttavia, non tutti hanno un approccio combattivo: c’è chi preferisce “voltare pagina” e raramente parla del passato, se non per sottolineare quanto sia più felice ora. Alcuni, come nel caso di un convertito italiano, guardano ai Testimoni con dispiacere per chi vi è ancora intrappolato, ma evitano l’odio: «Non fanno del bene a sé né agli altri quelli che dedicano la vita all’antiproselitismo. L’unica strada è rifarsi una vita», afferma Emidio, ex Testimone che pur avendo scritto un libro di denuncia, sostiene di aver voluto soprattutto raccontare la propria rinascita invece che combattere l’organizzazione. Questa posizione mostra come anche tra i convertiti ad altre fedi ci sia la consapevolezza che la riuscita personale – costruire una nuova vita – sia più importante che rimanere ancorati alla rabbia verso il passato.

Sul piano del linguaggio, gli ex Testimoni convertiti a un’altra religione adottano molto rapidamente il vocabolario e le categorie concettuali della loro nuova fede. Questo fa sì che parlino del loro passato in termini filtrati dalla dottrina attuale. Un esempio: un Testimone che diventa avventista potrebbe dire che con i Testimoni seguiva “false dottrine” e che ora ha “la guida dello Spirito di Profezia” (concetto avventista), oppure un neo-cattolico potrebbe definire i Testimoni “eretici” o “scismatici” secondo la terminologia della Chiesa. I convertiti evangelici spesso etichettano l’organizzazione come “culto” (cult) o “falsa religione”, e raccontano la propria storia come “uscire dalle tenebre alla luce di Cristo”. Si noti come qui la parola “luce” – che i Testimoni usavano per indicare le rivelazioni progressive del loro Corpo Direttivo – viene riutilizzata ma in senso opposto: la “nuova luce” è trovata altrove, mentre la vecchia era un’oscurità. Spesso i toni emotivi sono forti, di condanna teologica: termini come “ingannati da Satana” o “dottrina dell’anticristo” compaiono in testimonianze pubbliche di ex Testimoni convertiti ad ambienti fondamentalisti. In altre parole, il linguaggio diventa marcatamente oppositivo: la precedente identità viene nettamente rifiutata e narrata tramite le categorie dualistiche di verità/falsità tipiche di molte fedi di arrivo. Ciò fornisce al soggetto un senso di coerenza narrativa – da una falsa religione alla vera religione – e rafforza la sua nuova appartenenza. In contesti più moderati, invece, il linguaggio può essere meno aggressivo: un ex Testimone ora cattolico potrebbe limitarsi a parlare di “errori dottrinali” del geovismo e mostrare compassione per i Testimoni, definendoli “fratelli separati” che spera un giorno possano aprire gli occhi. Anche questa scelta di parole riflette la dottrina cattolica dell’ecumenismo, segno di come i convertiti reinterpretino il loro passato secondo nuove cornici concettuali. In ogni caso, il comune denominatore è che la nuova identità religiosa fornisce nuove parole per raccontare l’uscita: dove prima c’era il linguaggio interno dei Testimoni, ora c’è quello della Chiesa X o Y. Ciò consolida il senso di aver ri-definito se stessi alla luce di un sistema di significato differente, completando la transizione identitaria.

3. “Spirituali ma non religiosi”





Una terza traiettoria scelta da molti ex Testimoni di Geova rientra nella categoria sempre più diffusa di coloro che si definiscono “spirituali ma non religiosi” (spesso abbreviato in SBNR, Spiritual But Not Religious). In questo percorso, le persone non aderiscono a nessuna organizzazione religiosa tradizionale, ma nemmeno abbracciano un ateismo rigido; al contrario, coltivano una forma di spiritualità individuale svincolata da dottrine fisse e da chiese. Le motivazioni che portano a questa posizione sono tipicamente legate a una forte sfiducia verso le istituzioni religiose, maturata proprio dall’esperienza negativa con l’Organizzazione dei Testimoni. Dopo essere stati per anni in una religione totalizzante, molti sviluppano la convinzione che nessuna “chiesa” esterna possa mediare il rapporto col trascendente senza corrotti giochi di potere o dogmi oppressivi. Tuttavia, queste persone non rinnegano necessariamente l’idea del sacro: anzi, spesso riferiscono di sentire ancora “qualcosa oltre il materiale”, un bisogno interiore di significato, solo che vogliono cercarlo a modo proprio. Alcuni raccontano che, uscendo dai Testimoni, hanno esplorato varie filosofie e pratiche (dalla meditazione orientale allo yoga, dall’esoterismo alla semplice contemplazione della natura) per trovare pace e senso. È comune, in queste narrazioni, l’idea di intraprendere “un viaggio personale” di scoperta spirituale. Ad esempio, un ex Testimone con tendenze mistiche potrebbe studiare testi di diverse tradizioni (Buddhismo, induismo, sufismo islamico, ecc.) e prendere spunto da ciascuna senza legarsi esclusivamente a una. Un altro potrebbe mantenere una fede in Dio ma rifiutare qualsiasi religione organizzata, credendo in un rapporto diretto e universale con il divino. L’autonomia è la parola chiave: dopo aver subito regole minuziose su cosa pensare e fare, questi fuoriusciti vogliono pensare con la propria testa in campo spirituale.

Il vissuto psicologico di chi diventa “spirituale ma non religioso” è spesso caratterizzato da un forte senso di liberazione individuale, accompagnato però da una fase di ricerca che può essere tumultuosa. Inizialmente, molti attraversano quello che descrivono come un periodo di disintossicazione dalla religione: alcuni riferiscono di aver voluto prendere le distanze da qualsiasi pratica spirituale per un certo tempo, quasi a “resettare” la propria mente dagli schemi precedenti. C’è chi ha confessato di aver provato un disgusto verso la Bibbia o la preghiera appena uscito, perché li associava all’indottrinamento, e solo gradualmente ha riscoperto una dimensione spirituale più libera e autentica per sé. A livello identitario, definirsi “spirituale” anziché ateo consente a queste persone di non rinunciare a quella parte di sé che anela al trascendente, ma al contempo di affermare la propria indipendenza da autorità religiose. Questo può essere psicologicamente rassicurante: è un modo di dire “ho lasciato la religione, non ho lasciato me stesso”. Tuttavia, il cammino non è lineare. Molti riportano di aver sperimentato oscillazioni: momenti in cui cercavano intensamente nuove risposte spirituali, e momenti in cui erano disillusi e pensavano di gettare via tutto ciò che è soprannaturale. Questa altalena è ben descritta da uno studio qualitativo su ex Testimoni, che parla di una “lotta dinamica per il sé” in cui gli ex adepti oscillano tra le attrattive secolari di libertà ed edonismo e il bisogno di certezza e comfort tipico della comunità religiosa

https://www.researchgate.net/publication/274475620_'Losing_my_religion_Managing_identity_in_a_post-Jehovahs_Witness_world

In altre parole, chi si fa SBNR a volte indulge in quelle libertà mondane prima negate (feste, divertimenti, esplorazione di stili di vita alternativi) ma poi sente la mancanza di significato profondo e cerca di ritrovarlo in forme non istituzionali. Dal punto di vista emotivo, c’è spesso un senso di empowerment: queste persone sentono di essersi riprese il diritto di decidere cosa è giusto e vero per sé, senza più delegarlo a un corpo direttivo. Alcuni parlano di “risveglio della coscienza” o di “scoperta del proprio io interiore” come momenti di svolta. Non di rado ricorrono anche a percorsi di terapia o auto-aiuto per guarire dalle ferite della militanza passata, integrando psicologia e spiritualità personale. Ad esempio, c’è chi pratica mindfulness per alleviare l’ansia residua dell’Armageddon che gli era stata inculcata, oppure chi aderisce a gruppi di discussione filosofia per rimpiazzare le precedenti adunanze con uno scambio di idee libero.

La dimensione spirituale nell’SBNR è volutamente fluida e sincretica. Molti ex Testimoni scoprono il piacere di esplorare varie credenze: quella curiosità che prima era soffocata (poiché leggere libri extra-Watchtower era vietato), ora può finalmente esprimersi. C’è chi legge testi di spiritualità new age, libri di self-help con venature mistiche, antichi testi gnostici, o segue corsi di discipline olistiche. In generale, si assiste spesso a una personalizzazione del “credo”: ciascuno si costruisce una propria visione del mondo attingendo a diverse fonti. Ad esempio, un ex Testimone può giungere a credere in un Dio universale impersonale, nell’unità di tutte le religioni a livello etico, o nella reincarnazione, elementi tutti estranei alla teologia geovista. Oppure può abbracciare una vaga idea di energia cosmica o coscienza universale di cui siamo parte: “Credo che siamo tutti parte del divino, la maniera in cui l’universo fa esperienza di sé stesso”, scrive un ex adepto, spiegando la propria filosofia senza aderire a un ente religioso. Un altro racconta di sentirsi più spirituale che mai rispetto a quando era “nella Verità”, e nel frattempo pratica il Wicca focalizzandosi su positività, curiosità e creatività – tutte cose che, dice, erano state “stuntate o scoraggiate dentro l’Organizzazione”. Questo esempio è emblematico: la creatività e la libera espressione spirituale, represse nel contesto rigidamente normativo dei Testimoni, rifioriscono in modalità nuove (come il neopaganesimo nel caso citato). La continuità col passato qui è minima sul piano dottrinale: c’è piuttosto una rielaborazione soggettiva. Alcuni però mantengono qualche concetto di fondo – ad esempio, l’idea che ci sia un Essere superiore – ma lo spogliano di ogni dogma specifico. Una ex Testimone osserva: “Penso che Dio non abbia nulla a che fare con le religioni; se Dio vuole comunicare con te, lo farà alle sue condizioni. Fino ad allora, vivi come ritieni giusto”. Questa frase riassume bene la spiritualità non religiosa: credere in un possibile Dio comprensivo e libero dalle istituzioni, e prendersi la responsabilità della propria vita morale in attesa di eventuali risposte divine. Per altri SBNR, la dimensione spirituale può anche significare sperimentazione: partecipano magari a un ritiro buddhista, poi a una cerimonia sciamanica, poi leggono di astrologia – senza sentire contraddizione, perché considerano tutto parte di una crescita personale.

Nella vita quotidiana, gli ex Testimoni spirituali-ma-non-religiosi rivendicano la libertà di scegliere i propri valori e regole. Sul piano etico, tendono ad adottare una visione umanista e relativista: invece di norme assolute dettate dall’alto, sviluppano un’etica basata sull’empatia, la “regola d’oro” (non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te) o principi derivati dalla loro esplorazione filosofica. Spesso diventano molto tolleranti e aperti alla diversità, proprio in reazione all’uniformità dogmatica da cui provengono. Ad esempio, un ex Testimone SBNR in ambito familiare permetterà ai figli di conoscere diverse tradizioni, insegnando loro ad apprezzare vari punti di vista. Professionalmente e negli studi, molti colgono l’occasione di sviluppare potenzialità creative: c’è chi si iscrive a corsi di arte, musicoterapia, counseling spirituale, discipline che coniugano creatività e ricerca interiore. Non è raro che alcuni scelgano carriere di aiuto (psicologi, coach, operatori olistici) proprio sull’onda di voler trasformare la propria esperienza di uscita in qualcosa di utile per gli altri. Sul fronte delle relazioni, questi individui spesso creano legami al di fuori di contesti religiosi: frequentano circoli culturali, gruppi di ex membri (magari senza un taglio antireligioso ma di mutuo sostegno), comunità online di discussione spirituale libera, ecc. Alcuni prediligono partner che non siano troppo religiosi, per timore di ritrovarsi sotto pressione; cercano quindi persone che condividano una visione “aperta”. Se il partner invece è credente praticante di qualche chiesa, a volte riescono a convivere rispettando reciprocamente i confini (cosa più facile se il partner appartiene a una denominazione non coercitiva). Un aspetto interessante è che parecchi ex JW SBNR riferiscono di aver rispolverato passioni personali a lungo represse: ad esempio la passione per la lettura di fantasia, per la fantascienza, per la filosofia, per la musica rock o spirituale non approvata in precedenza. Hanno finalmente il tempo e il permesso di esplorare sé stessi a 360 gradi, e spesso questo diventa parte integrante della loro spiritualità personale.

Il rapporto con il passato geovista in questa categoria è caratterizzato da una chiara presa di distanza istituzionale, ma senza necessariamente un’attitudine ostile o ossessiva. Molti lo vedono come un capitolo chiuso, un’esperienza che ha insegnato loro cosa non vogliono più: “dogmatismo”, “fanatismo”, “ipocrisia” sono parole che citano spesso nel descrivere ciò da cui sono scappati. Alcuni mantengono comunque un filo di riconoscimento: per esempio, potrebbero dire “ero sincero nella mia ricerca di Dio, solo che ero nel posto sbagliato”. Altri invece abbracciano una lettura più critica tipica dell’ambiente ex-membri: definiscono i Testimoni una “setta” distruttiva e magari condividono sui social materiale informativo per aiutare altri a uscirne, ma lo fanno non spinti da fervore religioso (come i convertiti di cui sopra) bensì da uno spirito umanitario o di giustizia personale. Ad esempio, Chezia, una fuoriuscita italiana, dopo un periodo difficile ha trovato un nuovo equilibrio dedicandosi ad aiutare gli altri e ha iniziato a donare il sangue – gesto per lei altamente simbolico, essendo il sangue proibito dai Testimoni: “Finalmente mi rendo conto che queste cose sono il bene e non il male. Entrare nei donatori di sangue mi permette di conoscere gente buona e altruista”. In questo modo trasforma un precedente tabù religioso in un atto di altruismo e affermazione dei propri valori umani. Molti SBNR, come Chezia, recuperano i rapporti con persone che avevano allontanato per ubbidire alle regole geoviste, chiedendo scusa e ricostruendo amicizie sul terreno della sincerità. Ciò indica un rapporto col passato all’insegna della riconciliazione personale: anziché rinnegare quegli anni come “sprecati”, cercano di fare pace con sé stessi integrando l’esperienza come una lezione di vita. A volte usano metafore di crescita: “ero come un burattino addormentato, ora mi sono svegliato e cammino con le mie gambe”. L’uso di termini come “risveglio” è comune (richiamando il concetto di awakening spirituale, ma in senso laico). Molti in forum e libri di memorie descrivono sé stessi come “in cammino”: il passato Geova non li definisce più, ma nemmeno sentono di essere arrivati a una destinazione ultima – ed è proprio questo il bello, la libertà di cercare.

Il linguaggio degli ex Testimoni spirituali-non-religiosi è probabilmente quello che subisce il cambiamento più creativo rispetto al gergo originario. Liberi di esprimersi, spesso adottano un lessico eclettico: mescolano termini di varie tradizioni o ne creano di propri. Ad esempio, possono parlare di “energia positiva”, “vibrazioni”, “karma”, “universo” – parole completamente assenti nel vocabolario geovista – accanto magari a riferimenti ancora a Dio o a una “Forza superiore”. Alcuni mantengono il nome “Dio” ma lo intendono in modo panenteistico o impersonale. Altri evitano proprio la parola “Dio” perché evoca loro l’autoritarismo religioso, e preferiscono dire “il sacro”, “il divino”, o persino “Madre Natura”. Il tono emotivo in queste narrazioni tende a essere positivo e propositivo: c’è l’uso di molte metafore di guarigione (“ferite”, “cicatrici”, “guarire l’anima”), di viaggio (“percorso”, “cammino”, “esplorazione”), di luce interiore (“illuminar(si)”, “coscienza”). Si nota spesso anche un rifiuto esplicito della terminologia negativa appresa in passato: per esempio, concetti come “peccato”, “indegnità”, “distruzione” vengono rigettati in favore di un linguaggio più autoempatico e ottimista. Una ex aderente, che ora segue una spiritualità non dualista, ha scritto: “Non c’è modo che io accetti ancora l’idea che io o chiunque altro siamo fondamentalmente sbagliati o indegni. Nessuno nasce col ‘peccato originale’, e crederlo non è sano”. In questa affermazione si vede la volontà di spezzare completamente la retorica di colpevolezza interiorizzata nel gruppo d’origine, sostituendola con un’idea di valore intrinseco dell’individuo. Non di rado, i toni possono avere sfumature new age o esoteriche, che ai Testimoni risulterebbero “strambe”: ciò fa parte dell’auto-distinguersi dal vecchio sé. Alcuni usano ancora ironicamente termini geovisti ma per ribaltarli: ad esempio chiamano “la verità” la consapevolezza raggiunta fuori, definiscono “faraonico” (con ironia) il precedente gruppo dirigente, o chiamano “il risveglio” l’atto di aprire gli occhi sul controllo subito. In definitiva, il linguaggio diventa per loro un laboratorio di identità: nominando concetti nuovi e rifiutando quelli vecchi, gli ex Testimoni SBNR ridisegnano i confini del proprio mondo. Questa creatività linguistica segnala forse più di ogni altra la riconquistata libertà mentale: dove prima c’era un glossario imposto dall’alto, ora c’è un vocabolario proprio, frutto di scelte e contaminazioni personali.

4. Uscire dalla religione: visione laica o umanista





La quarta traiettoria comprende gli ex Testimoni che, una volta usciti, non abbracciano alcuna spiritualità e adottano invece una prospettiva laica, razionale o umanista. Queste persone spesso non si definiscono apertamente “atei” – oppure preferiscono il termine “agnostico” o semplicemente “non religioso” – ma di fatto vivono senza riferimenti al trascendente e impostano la propria esistenza su valori terreni e umanistici. In un certo senso, rappresentano un parallelo degli SBNR ma sul versante secolare: laddove gli SBNR cercano il sacro in modo individuale, i laici/umanisti ne fanno a meno e trovano significato nell’umanità e nel mondo. Le motivazioni alla base di questa scelta derivano spesso da un processo di disillusione radicale verso la religione in generale. Molti raccontano che, analizzando criticamente le dottrine dei Testimoni e scoprendone le manipolazioni, hanno finito col mettere in dubbio anche l’esistenza di Dio o l’autenticità di qualsiasi testo sacro. Ad alcuni, studiando storia delle religioni o scienza, è “caduto il velo” della fede: quello che prima attribuivano a Dio (ad esempio l’origine della vita, la moralità) ora lo spiegano con l’evoluzione naturale e con l’etica come costruzione sociale. Un contributo significativo viene anche dal confronto con la società esterna: dopo l’uscita, molti ex JW laici rimangono colpiti dal constatare che si può essere brave persone senza una religione – un’idea in netto contrasto con gli insegnamenti ricevuti. Questa realizzazione li porta ad abbracciare una visione umanista, centrata sull’uomo e non su Dio, in cui i valori come la compassione, la giustizia, la cooperazione derivano dall’esperienza umana e non da comandamenti divini. Spesso essi citano come molla un ragionamento di questo tipo: “Se una religione che pretendeva di avere la verità assoluta si è rivelata fallace, chi mi dice che qualunque religione sia vera? Meglio affidarsi alla ragione e all’evidenza”. In altri casi il punto di svolta può essere stato il percepito danno della religione: assistendo a ingiustizie o ipocrisie commesse in nome di Dio (come lo shunning stesso o gli scandali interni), costoro arrivano a vedere la religione come fonte di intolleranza e sofferenza. Ciò li convince che la società starebbe meglio se le persone agissero per altruismo e logica anziché per obbedienza religiosa. Non è infrequente che ex Testimoni con visione laica citino influenze di letture o personalità pubbliche: ad esempio, leggere autori atei (come Richard Dawkins, Christopher Hitchens) o testi scientifici divulgativi li aiuta a consolidare un mondo senza Dio.

Sul piano psicologico, questa traiettoria è caratterizzata da un forte senso di autodeterminazione e spesso da sollievo intellettuale. Per molti, il rendersi conto di non dover più credere per forza è vissuto come un’enorme liberazione mentale: descrivono la caduta delle ultime paure superstiziose (come Armageddon) e la fine dei sensi di colpa religiosi. Una ex Testimone dice di aver avuto, dopo anni, la serenità di guardare un tramonto o le stelle “senza leggere segni profetici, ma solo per la loro bellezza”. Questa semplicità di approccio al mondo porta a un benessere nuovo, una sorta di guarigione dalla costante ansia escatologica. Detto ciò, il percorso può avere momenti di vuoto esistenziale: rinunciare a una visione del mondo totalizzante (dove tutto aveva una spiegazione e uno scopo, per quanto illusori) significa dover ricostruire da zero un sistema di significati. Alcuni ex membri attraversano un periodo che potremmo chiamare di “morte di Dio interiore”, in cui sperimentano un lutto simile a chi perde un genitore: Dio era la figura centrale della loro vita, e ora non c’è più. Questo può portare a depressione o nichilismo temporaneo. Tuttavia, col tempo, molti rinascono più forti: prendono coscienza che il significato lo creano loro stessi, e trovano motivazione nell’umanesimo (migliorare la vita propria e altrui qui e ora, poiché questa vita è l’unica che abbiamo con certezza). Studi su ex aderenti mostrano che chi esce dal geovismo spesso riporta crescita personale e maggior autostima man mano che rielabora il trauma: riconquistare la propria capacità di giudizio critico e di scelta li fa sentire finalmente adulti e padroni di sé. Da sottolineare anche che molti ex Testimoni laici si liberano di fobie indotte (demonofobia, paura dell’apostasia, paura di morire ad Armageddon) attraverso una rielaborazione razionale: alcuni trovano giovamento nel leggere letteratura scientifica o seguire un percorso terapeutico cognitivo, smantellando una a una le credenze tossiche. C’è chi racconta con orgoglio di essersi “rieducato” in materie che aveva trascurato (storia, scienze, filosofia) per “imparare a pensare autonomamente” dopo anni di pensiero eterodiretto.

La dimensione spirituale per questi individui è assente o sostituita da qualcos’altro. Essi infatti spesso respingono l’etichetta “spirituale” perché la associano al soprannaturale. Alcuni però si definiscono “spirituali in senso laico”, intendendo con ciò magari un sentimento di meraviglia verso la natura, l’arte, la connessione umana – ma senza implicare entità metafisiche. In ogni caso, si può dire che per loro c’è una rottura completa con la trascendenza soprannaturale: ciò che nei casi precedenti poteva restare (come credenze in Dio, anima, ecc.) qui viene accantonato. Una ex aderente, ad esempio, spiega di aver sostituito la preghiera con la meditazione razionale: invece di chiedere aiuto a una divinità, pratica mindfulness o journaling per riflettere e calmarsi, trovando questi strumenti più concreti ed efficaci per il suo benessere mentale. Altri trovano estasi e trascendenza in attività terrene: musicisti ex JW descrivono come suonare li faccia sentire “elevati” senza bisogno di corale del Regno; escursionisti ex JW parlano di momenti di contemplazione in montagna che li appagano spiritualmente più di qualunque adunanza. In un certo senso, spirituale per loro diventa sinonimo di profondamente umano. L’umanesimo secolare offre anche un quadro filosofico: alcuni abbracciano esplicitamente il pensiero umanista, iscrivendosi magari a organizzazioni come l’UAAR (Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti) in Italia o a gruppi analoghi altrove. Queste organizzazioni propongono cerimonie laiche (matrimoni, funerali) e momenti comunitari che soddisfano in parte il bisogno di ritualità e appartenenza, ma in chiave completamente non religiosa. Così, l’ex Testimone laico può trovare valore simbolico in un matrimonio civile ben curato, o in un rito laico di addio quando muore qualcuno, vedendo in ciò l’espressione dei valori umani di amore e rispetto senza scomodare paradisi ultraterreni. Una ricerca nel Regno Unito conferma che chi lascia gruppi religiosi ad alto controllo può avere un recupero efficace integrandosi in reti di supporto laiche, trovando lì comprensione e nuovi rituali di significato. Insomma, la dimensione spirituale diventa immanente: la sacralità è nella vita umana stessa.

Le scelte di vita degli ex Testimoni dalla visione laica/umanista evidenziano spesso un forte impegno nel recuperare il tempo perduto e nel vivere secondo i propri criteri razionali ed etici. Sul piano formativo e professionale, molti colgono l’occasione per studiare (spesso per la prima volta) a livelli più alti: non di rado troviamo ex Testimoni che si iscrivono all’università anche in età adulta una volta usciti, scegliendo materie come psicologia, scienze, legge – ambiti che danno loro strumenti per capire il mondo e magari aiutare altri. In ambito lavorativo, privi ormai dei divieti sull’ambizione materiale, essi perseguono carriere soddisfacenti senza sensi di colpa: l’idea di “fare carriera” non è più vista come cercare approvazione mondana invece che il Regno, ma come realizzazione personale e contributo alla società. Su un piano etico, come accennato, essi aderiscono spesso a valori umanisti: enfatizzano la reciprocità, i diritti umani, la scienza come guida per il progresso. Ciò può tradursi in scelte concrete come: partecipare ad attivismo sociale o politico (cosa che da Testimoni era vietata – ora magari votano, si iscrivono a movimenti per i diritti civili, ambientalisti ecc.), fare volontariato laico (in ONG umanitarie, associazioni di beneficenza non religiose), oppure semplicemente vivere una vita morale per convinzione interna. Un tratto comune è il recupero della dimensione ludica e affettiva: celebrano festività con gioia, costruiscono tradizioni familiari (l’albero di Natale, le feste di compleanno) e spesso condividono l’entusiasmo di queste “prime volte” con amici e parenti. Un utente ex JW scrive: “Il momento spirituale più intenso che ho provato? Non in una chiesa, ma guardando l’alba dopo una notte con gli amici attorno al fuoco, ridendo e parlando della vita”. Questo rende bene l’idea di come le esperienze umane genuine abbiano preso il posto delle pratiche devozionali. Nelle relazioni familiari, gli ex Testimoni laici puntano molto sul dialogo libero e sull’amore incondizionato, opponendosi così all’idea di ostracismo: per loro è inconcepibile non parlare più a un figlio per motivi di credo. Se hanno parenti ancora Testimoni, tentano a volte una riconciliazione su basi umane (“Siamo sempre madre e figlio anche se non condividiamo la fede”), anche se non sempre riesce a causa dell’altro lato. Alcuni scelgono persino di rendere pubblica la propria posizione ideologica partecipando a conferenze o interviste come “ex Testimone ora ateo”, per dare volto a questa possibilità e incoraggiare chi esce a non avere paura di una vita senza religione.

Il rapporto con il passato per i laici/umanisti è spesso caratterizzato da una forte volontà di analisi critica e superamento. A differenza magari degli SBNR che tendono a lasciarsi alle spalle il passato senza troppi confronti dottrinali, i laici spesso vogliono capire razionalmente cosa è successo loro. Molti approfondiscono temi come la psicologia del fanatismo, le dinamiche settarie, leggono libri di ex membri o di esperti del fenomeno (ad esempio Steve Hassan o Raymond Franz) per inquadrare la propria esperienza. Questo esercizio intellettuale li aiuta a mettere un punto fermo: “Ero in un culto, e ora non più” – una diagnosi chiara che li rassicura mentalmente. Di conseguenza, tendono a vedere il periodo nei Testimoni quasi con occhio esterno, come se parlassero di “qualcun altro che ero io”. Naturalmente, provano ancora dolore per le perdite subite (famiglia, anni di giovinezza dedicati alla predicazione anziché a sé stessi), ma cercano di non farsi definire da ciò. Anzi, c’è chi con orgoglio afferma: “Quegli anni mi hanno reso la persona che sono, ora so riconoscere i meccanismi manipolativi e non ci cascherò più”. Così facendo, trasformano il passato in vaccino per il futuro. L’ostilità verso l’ex Organizzazione può variare: alcuni rimangono attivamente critici (partecipano magari a forum come exJW per discutere delle ultime mosse della Watchtower con piglio sarcastico o indignato), altri preferiscono ignorarla completamente. In entrambi i casi, se ne tengono alla larga nella vita reale. Di fronte a eventuali tentativi di “riaggancio” (per esempio visite pastorali dei Testimoni per convincerli a tornare), reagiscono con fermezza e a volte con argomentazioni logiche per smontare gli emissari. Il loro linguaggio verso il passato è spesso franco e senza eufemismi: definiscono le cose come stanno, usando termini come “lavaggio del cervello”, “manipolazione mentale”, “oscurantismo”. Un ex Testimone italiano, in un’intervista, ha denunciato “l’ipocrisia di chi passa la vita a predicare l’amore e poi non parla coi propri figli”, bollando ciò come “follia”. Questo tipo di giudizio morale diretto (ipocrisia, follia) riflette una prospettiva etica esterna alla teologia: non si discute se “Geova approva o no”, ma si denuncia l’atto in sé sul piano umano. In effetti, l’indignazione di molti ex JW laici è centrata sulle violenze psicologiche e sulle incongruenze etiche del culto, più che sugli errori dottrinali (che pure riconoscono). La lingua dei Testimoni viene abbandonata quasi interamente: raramente usano ancora termini come “il mondo” o “la verità” – semmai li citano con ironia o per spiegarsi a interlocutori che conoscono quel gergo. Preferiscono parlare in termini comuni: “l’organizzazione dei Testimoni” (evitando di chiamarla religione, alcuni dicono “il gruppo” o “la setta”), “i miei genitori biologici” (quando questi li hanno ostracizzati, per sottolineare l’anomalia di quel comportamento), ecc. In pratica decostruiscono il linguaggio settario e lo rimpiazzano con uno razionale e oggettivante. Questo li aiuta a cementare la propria nuova identità di persone libere: usare le parole quotidiane significa normalizzare finalmente la propria vita, senza più speciali terminologie isolate dal resto del mondo.

In sintesi, la traiettoria laica/umanista porta l’ex Testimone a rinascere come individuo autonomo, che affida il senso della propria esistenza ai legami umani, alla conoscenza e all’azione morale priva di dogmi. È una forma di emancipazione completa dal controllo religioso: come molti di loro stessi affermano, “non ho più padroni sopra di me, né in terra né in cielo”. Il filo conduttore è la fiducia nel proprio libero arbitrio e nella ragione, dopo anni di eteronomia.

5. Ateismo esplicito: l’emancipazione totale dalla religione





L’ultima traiettoria, strettamente imparentata con la precedente ma meritevole di distinzione, è quella degli ex Testimoni che diventano atei convinti o agnostici dichiarati, spesso vivendo la propria scelta come una emancipazione totale dalla religione in ogni sua forma. Mentre nel caso precedente alcuni ex membri mantengono un’aura di spiritualità umanista, qui abbiamo persone che rifiutano apertamente qualsiasi credenza nel soprannaturale e non esitano a identificarsi come non credenti. In molti casi, anzi, abbracciano una sorta di attivismo anti-religioso o quantomeno una critica sistematica del fenomeno religioso, partendo ovviamente dalla loro esperienza con i Testimoni di Geova ma estendendo poi l’analisi a tutte le religioni organizzate. Le motivazioni di questa scelta possono essere viste come un passo ulteriore rispetto alla visione laica: spesso, è l’esito di un percorso razionalista spinto, dove l’ex Testimone conclude che non solo la Watchtower era fallace, ma che tutte le affermazioni di tipo religioso sono costruzioni umane prive di fondamento empirico. In aggiunta, c’è quasi sempre una componente emotiva di rigetto dovuta al vissuto traumatico: molti di questi ex membri provano un sentimento di tradimento e rabbia così forte verso ciò che hanno subito da tradurlo in un’opposizione frontale alla religione stessa. “La religione è una truffa e un racket. Tutta quanta”, esclama un ex Testimone divenuto ateo, dopo aver evidenziato come le narrazioni bibliche (Adamo ed Eva, Noè, Giona, ecc.) gli appaiano ormai chiaramente come miti contraddetti dalle evidenze scientifiche. Questa dichiarazione riflette bene la motivazione di fondo: la scoperta della scienza e della logica come antidoti alle “favole” religiose. In altri termini, molti ex adepti scoprono nel pensiero critico uno strumento di liberazione: studiano l’evoluzione, la cosmologia, la storia critica della Bibbia, e in base a ciò deducono l’inesistenza del Dio personale predicato nelle religioni. Anche la solidarietà trovata in comunità di atei/agnostici (spesso online, come forum o gruppi social, o associazioni come la già citata UAAR) li conferma nel loro percorso, mostrando che vi sono tante altre persone che vivono bene e moralmente senza alcuna fede. In alcuni casi, la motivazione diventa etica: alcuni ex JW atei dichiarano di considerare la religione non solo falsa, ma dannosa perché impone credenze irrazionali, divide le persone e giustifica abusi (dai più personali, come lo shunning, ai più globali, come i conflitti religiosi). Così, abbandonare la religione è visto come un atto di progresso e di presa di posizione morale a favore della ragione e dell’umanità libera.

Il vissuto psicologico di questi ex Testimoni atei/agnostici è spesso caratterizzato, soprattutto inizialmente, da un intenso senso di liberazione mescolato a rabbia. Liberazione, perché eliminare definitivamente la figura di Dio e l’aspettativa di un aldilà può sorprendentemente far cadere molte paure. Ad esempio, sparisce la paura di un giudizio trascendente o di una colpa metafisica: come rilevato in studi su fuoriusciti, chi perde la fede sovente prova sollievo dall’angoscia di essere “cattivo” agli occhi di Dio. Molti scrivono di aver finalmente potuto “respirare” e di essersi detti: “Questa vita è mia, non di un Ente invisibile”. Allo stesso tempo, c’è rabbia e amarezza per gli anni – a loro dire – “sprecati dietro a illusioni”. Un ex Testimone ateo può provare particolare sdegno realizzando che ha rinunciato a opportunità (studio, carriera, esperienze) per prepararsi a un paradiso che non arriverà: il meccanismo psicologico può essere quello del lutto e dell’elaborazione della fregatura. Superata la fase acuta, molti canalizzano quella rabbia in impegni concreti: c’è chi diventa attivista anticult, chi scrive un blog o un libro sulla propria storia, chi offre supporto ad altri per uscire. Psicologicamente, impegnarsi a denunciare la vecchia organizzazione e mettere in guardia contro i pericoli della religione diventa quasi terapeutico: dando un senso alla propria sofferenza (evitare che altri soffrano lo stesso) trovano una forma di riscatto. Tuttavia, non tutti diventano militanti esterni; per alcuni, l’ateismo è vissuto anche in modo intimo come guarigione. Ad esempio, diversi ex JW riferiscono che il passaggio all’agnosticismo li ha aiutati a riconciliarsi con l’idea della morte: invece di viverla nella cornice ansiogena di Armageddon o risurrezione, l’hanno accettata come parte naturale della vita, impegnandosi a dare qualità al tempo presente con i propri cari. Questo atteggiamento può portare paradossalmente a una maggiore serenità esistenziale: non c’è più un “gran copione cosmico” da compiacere, ma la libertà di essere autentici. Alcuni citano proprio l’autenticità come conquista psicologica: “Finalmente vivo secondo quello che davvero penso, non devo più fingere con me stesso”. Va detto che in alcuni possono permanere strascichi di cinismo o sfiducia: dopo un’esperienza settaria, non è raro avere difficoltà a fidarsi di qualunque ideologia o gruppo. Alcuni ex JW atei restano per molto tempo iper-vigili contro ogni forma di potenziale manipolazione, e ciò li può rendere un po’ solitari o disincantati. Ma col tempo, molti riescono comunque a ricostruire fiducia almeno nelle relazioni personali, distinguendo la fede cieca (che rifiutano) dalla fiducia umana basata su prove di lealtà.

Nella dimensione spirituale, qui la rottura è completa: non c’è nessuna dimensione spirituale nel senso tradizionale. Questi ex Testimoni non credono nell’anima, negli angeli, nell’aldilà, né in energie o simili. Alcuni si definiscono atei “forti”, cioè convinti che Dio non esista, altri più agnostici (“non so se c’è qualcosa, ma probabilmente no e comunque non mi interessa finché non ci sono prove”). Un elemento comune è la valorizzazione della scienza e del pensiero critico come nuove “bussole” al posto della fede. Un ex Testimone ateo potrebbe, ad esempio, spiegare fenomeni che prima attribuiva a interventi divini come semplici coincidenze o processi naturali. Se prima vedeva la mano di Geova in una guarigione, ora ringrazia la medicina; se prima pregava per prendere decisioni, ora si affida alla riflessione logica e al consiglio di persone esperte. Alcuni abbracciano una visione scettica rigorosa: non credono a niente senza evidenze solide, che si tratti di UFO, cospirazioni, paranormale ecc., come reazione all’aver creduto a lungo a dogmi infondati. Paradossalmente, questa attitudine li protegge dal cadere in altre trappole settarie: studi suggeriscono che ex membri di culti che diventano atei sono meno propensi a entrare in altre sette o culti, perché sviluppano una sorta di “immunità” scettica. Per questi ex Testimoni, concetti come sacro o spirituale restano magari come esperienze emotive ma riformulate in termini secolari: possono provare soggezione di fronte all’universo (il “sense of wonder” scientifico), possono commuoversi per la bellezza dell’arte o della natura, ma lo esprimono in termini di emozione umana, non di spiritualità. Ad esempio, descriveranno l’emozione di guardare il cielo stellato parlando di galassie e immensità cosmica, non più di “creazione di Geova”. Questa assenza di spiritualità può sembrare a volte fredda ad osservatori esterni, ma per loro è parte integrante dell’essersi ripresi la realtà: preferiscono una verità magari “dura” (nessun paradiso ad attenderli) ma concreta, piuttosto che una consolazione illusoria. Alcuni, più che concentrarsi su ciò che negano (Dio), sottolineano ciò che affermano al suo posto: l’importanza della vita presente. Viene spesso citata la frase “abbiamo solo una vita, ed è preziosa” – un concetto che nei Testimoni era negato (perché la vera vita sarebbe iniziata dopo Armaghedon). Questa rivalutazione della vita terrena porta molti a un ethos quasi sacralizzante l’esistenza: vivere bene, amare gli altri, lasciare un mondo migliore, diventano imperativi categorici che sostituiscono i precetti religiosi.

Quanto alle scelte di vita, gran parte di ciò detto per la traiettoria laica vale anche qui, con l’aggiunta che gli ex Testimoni atei/agnostici possono essere ancora più espliciti e determinati nel segnare la discontinuità. Ad esempio, dove un ex JW umanista potrebbe ancora celebrare un Natale in chiave puramente culturale, un ex JW ateo potrebbe decidere di non celebrare affatto festività religiose, oppure di reinterpretarle del tutto laicamente (festeggiando il Solstizio d’inverno invece del Natale, per marcare l’aspetto naturale e non religioso). Sul piano familiare, se hanno partner o figli, insistono molto sull’educazione critica: insegnano ai bambini a pensare liberamente, spesso raccontando loro in modo obiettivo le varie religioni “come fiabe a cui alcuni credono, ma noi no”, per immunizzarli da possibili pressioni future. Nel lavoro e nello studio, come detto, spesso eccellono o comunque investono seriamente su di sé, talvolta recuperando anni persi: non è inusuale trovare ex Testimoni che diventano scienziati, ingegneri, programmatori, insegnanti, campi dove applicano con soddisfazione il pensiero logico. Alcuni trovano impiego proprio in organizzazioni secolari o di tutela dei diritti: ad esempio associazioni contro gli abusi minorili, enti di promozione scientifica, fondazioni per la libertà di espressione – luoghi coerenti con i loro valori anti-dogmatici. La morale personale tende a essere fortemente basata sul principio di non nuocere e di contribuire al benessere altrui: paradossalmente, pur senza timore di un giudizio ultraterreno, molti di questi ex membri sviluppano un senso etico molto solido, forse proprio perché ora lo sentono come scelta propria e non imposizione. Ad esempio, possono essere rigorosi nell’onestà intellettuale (mai diffondere ciò che non è verificato, perché sanno cosa fa la disinformazione), nell’empatia (ricordando come si sono sentiti esclusi, sono ipersensibili a non discriminare altri), nella responsabilità civica (pagano le tasse con scrupolo perché credono nel contribuire alla società, laddove prima magari lo facevano malvolentieri pensando che “presto arriverà il Regno di Dio”).

Il rapporto con il passato geovista, per gli atei ex JW, è spesso quello di una condanna totale della religione e del culto specifico, accompagnata però dalla volontà di capire e far capire. Molti diventano ottimi analisti critici del geovismo: unendo l’esperienza interna alla prospettiva esterna, smontano i meccanismi di persuasione in modo lucido. Spesso scrivono testimonianze molto dettagliate, partecipano a documentari, rispondono sui forum a domande di curiosi, fornendo un contributo importante alla conoscenza pubblica del fenomeno. Queste narrazioni hanno un tono più razionale che emotivo, anche se l’emotività (soprattutto l’indignazione per le ingiustizie) traspare. Un aspetto del linguaggio di chi ripudia la religione è l’uso di termini forti come “setta distruttiva”, “culto coercitivo”, “lavaggio del cervello” riferiti all’organizzazione, basandosi magari anche su letteratura specialistica. Non esiteranno a paragonare la Watchtower ad altri culti noti (ad esempio Scientology o i fondamentalismi) per collocarla nella categoria di ciò che reputano socialmente nocivo. Alcuni spingono il confronto al di là: vedono poca differenza tra la loro ex religione e le altre mainstream, quindi nel linguaggio li accomunano. Ad esempio, potrebbero dire: “I Testimoni mi hanno fatto capire quanto siano infondate tutte le religioni; la Bibbia dei Testimoni è falsa tanto quanto quella delle altre chiese” – mettendo l’ex confessione sullo stesso piano delle altre fedi, come bersaglio di critica generale. Il tono emotivo può spaziare dall’ironico al polemico. Molti sviluppano un humor particolare: fanno meme, battute sarcastiche sulla vita da Testimone, ridicolizzano le dottrine che un tempo li spaventavano (ad esempio scherzano su Armageddon come su una “farsa alla Hollywood”, o chiamano la rivista Svegliatevi! “Addormentatevi!”). L’umorismo è un meccanismo di difesa ma anche di liberazione: ridere di ciò che prima incuteva timore è segno di averlo superato. Ovviamente c’è anche la componente polemica: in dibattiti pubblici, gli ex JW atei possono essere assai diretti, rifiutando ogni linguaggio edulcorante. Invece di “disassociazione” dicono “scomunica e ostracismo”, invece di “verità” dicono “dogma”, e così via, denudando i termini dall’aura religiosa. Questo linguaggio ha un forte potere identitario: dichiarare a se stessi e al mondo che ora chiamano le cose col loro nome reale significa per loro sancire la sovranità sulla propria mente riacquisita. Non di rado, costoro vengono visti dagli altri ex membri (quelli magari rimasti credenti) come un po’ estremi; ma dal loro punto di vista, dopo anni di estremismo subito, ritengono doveroso essere netti nel condannare ciò che considerano fanatismo religioso.

In sintesi, l’ex Testimone ateo/agnostico rappresenta il caso di rottura più radicale con il proprio passato: taglia il filo non solo con l’organizzazione, ma con l’intera dimensione religiosa. Dove prima c’era un fedele devoto, ora c’è un individuo libero che non riconosce superiori né terreni né divini. E proprio in questo vede la massima riappropriazione di sé: egli è divenuto, per così dire, completamente padrone della propria vita, deciso a costruirla sui fatti e sull’amore per la verità oggettiva, anziché su promesse ultraterrene. La sua storia personale diventa spesso un inno alla libertà di pensiero, come a voler dimostrare per esperienza vissuta che “si può uscire da un culto e ritrovare la luce della ragione”. E per luce della ragione, lui intende proprio quella capacità di illuminare la propria strada con la mente critica, dopo aver spento le false luci accecanti del dogmatismo.

Il caso italiano: percorsi di fuoriusciti nella realtà locale





Dopo questa panoramica generale, è importante considerare la realtà italiana, dove la presenza dei Testimoni di Geova è numericamente significativa (circa 250.000 aderenti nel paese) e dove esiste una crescente attenzione pubblica alle vicende dei fuoriusciti. In Italia le cinque traiettorie descritte si manifestano con caratteristiche in parte specifiche, influenzate dal contesto culturale e religioso nazionale.

Innanzitutto, l’Italia è un paese a tradizione cattolica maggioritaria: ciò implica che molti ex Testimoni hanno famiglie di origine o ambienti sociali cattolici. Questo contesto può rendere particolarmente diffusa la traiettoria della conversione ad un’altra confessione cristiana (traiettoria 2). Numerose testimonianze indicano ex Testimoni che, una volta usciti, decidono di “tornare” alla Chiesa Cattolica, talvolta accolti con sollievo dai parenti cattolici che li avevano visti allontanarsi anni prima. Ci sono storie come quella di Martina Pucciarelli, una giovane donna italiana che, cresciuta tra i Testimoni, ha pubblicato un romanzo autobiografico dopo essere uscita e aver ritrovato la fede cattolica. Martina racconta di aver vissuto contraddizioni estreme in famiglia (genitori apparentemente devoti ma ipocriti nella vita privata), sviluppando una rabbia che però non l’ha spinta verso l’ateismo, bensì a riscoprire la religiosità in una forma per lei più sincera. Lei stessa ammette che qualcosa della vita da Testimone le manca: “La fede. All’epoca ci credevo, a Geova io parlavo, era bello avere qualcuno con cui dialogare”. Questa nostalgia del dialogo con Dio l’ha portata, dopo l’uscita traumatica, a cercare nuovamente una dimensione di fede, trovandola nell’alveo cattolico che nel frattempo anche suo fratello maggiore aveva abbracciato. Vicende simili emergono in racconti di ex Testimoni italiani che si uniscono a comunità evangeliche o avventiste: spesso sono contattati da gruppi cristiani attivi nell’evangelizzazione dei Testimoni (in Italia esistono missioni evangeliche mirate ai TdG, così come programmi radio/TV religiosi dedicati a chi esce da sette). Il contesto italiano rende questi passaggi più fluidi, poiché l’opinione pubblica e le famiglie generalmente percepiscono positivamente un ritorno alla “Chiesa di casa” rispetto a una rottura totale con la fede. Ciò non toglie che la scelta sia personale: molti lo fanno per vera convinzione dottrinale, altri più per bisogno di appartenenza a una comunità religiosa familiare.

Per quanto riguarda chi conserva la fede cristiana in forma personale (traiettoria 1), anche questo è comune in Italia, benché spesso si traduca col tempo in un avvicinamento informale alla chiesa locale. Alcuni ex Testimoni italiani, specialmente di mezza età, dopo aver lasciato l’organizzazione continuano a leggere la Bibbia per conto proprio e magari partecipano come uditori a qualche messa o incontro parrocchiale, senza però prendere i sacramenti o fare un’esplicita conversione. Questa via “riservata” può essere scelta per discrezione o per non turbare eventuali familiari Testimoni che li sorvegliano (infatti un ex che si mostrasse subito in un’altra chiesa verrebbe immediatamente bollato come apostata impenitente, mentre mantenere una fede privata può sembrare meno provocatorio). In Italia ci sono anche piccoli gruppi autonomi di ex Testimoni che si riuniscono per leggere il Vangelo e pregare in case private, desiderosi di mantenere Cristo al centro ma senza sentirsi pronti per affiliarsi altrove. Tali gruppi a volte hanno contatti con sacerdoti o pastori ecumenicamente sensibili, ma restano indipendenti. Questo fenomeno riflette l’individualismo religioso post-uscita unito alla cultura italiana dove la figura di Gesù e della Madonna è comunque presente nell’immaginario comune, facilitando una continuità di fede anche fuori dal contesto geovista.

La categoria degli “spirituali ma non religiosi” (traiettoria 3) si riscontra anch’essa, sebbene forse in misura minore che in paesi anglosassoni. La società italiana, pur secolarizzata, ha minore penetrazione di movimenti New Age strutturati; tuttavia molti ex Testimoni trovano risorse spirituali alternative. Per esempio, alcuni aderiscono a gruppi di meditazione orientale che si trovano facilmente nelle città (yoga, buddhismo zen) o frequentano corsi di discipline olistiche. In alcuni forum italiani, ex TdG narrano di aver sperimentato pratiche come il reiki, la mindfulness o persino corsi di filosofia antica, nel loro percorso di guarigione. Un tratto menzionato in Italia è la riscoperta della spiritualità popolare non dogmatica: c’è chi, uscito, racconta di essersi permesso per la prima volta di accendere un cero in una chiesetta per un defunto o di recitare mentalmente una preghiera tradizionale imparata da bambino in famiglia cattolica – non perché tornato credente in senso stretto, ma come gesto simbolico di continuità con le proprie radici e come conforto emotivo. Questo sincretismo peculiare italiano mescola un po’ di devozione culturale (madonne, santi) con un atteggiamento però non di reale appartenenza. Così un ex Testimone SBNR in Italia potrebbe tenere in casa un crocifisso appartenuto alla nonna, pur non andando a messa: per lui è un oggetto spirituale identitario, non segno di sudditanza dottrinale. Queste particolarità mostrano come gli ex Testimoni italiani SBNR costruiscano la loro spiritualità in modo originale, attingendo tanto al patrimonio culturale italiano quanto a novità estere. Non mancano, comunque, casi di immersione in filosofie orientali: ad esempio, la Soka Gakkai (movimento buddhista giapponese) ha attratto qualche ex Testimone italiano, offrendo una comunità meditativa ma più libera. E di recente, con l’aumento di interesse per la psicologia, è molto diffuso l’approccio della “spiritualità interiore” che passa attraverso terapia, mindfulness e pratiche di auto-consapevolezza.

Tra gli ex membri italiani, la traiettoria laica/umanista e quella atea/agnostica (traiettorie 4 e 5) sono ben rappresentate, specie nelle giovani generazioni di fuoriusciti. L’Italia ha visto nascere negli ultimi anni community online in cui ex Testimoni – spesso ventenni o trentenni – discutono in ottica fortemente critica verso la religione. La piattaforma Reddit, ad esempio, ospita anche testimonianze italiane: un utente ha fatto un AMA (Ask Me Anything) su r/Italy intitolato “Sono un ex Testimone di Geova, chiedimi tutto”, dove ha raccontato la sua storia dal crescere nel movimento all’uscita a 22 anni. In tali contesti pubblici, gli ex JW italiani appaiono spesso su posizioni apertamente razionaliste: spiegano ai lettori i meccanismi di controllo mentale, paragonano i TdG ad altre sette, difendono la scelta di non credere più a nulla. Le associazioni come l’UAAR hanno raccolto alcune testimonianze di ex Testimoni che hanno aderito alla causa dell’ateismo e della laicità dello Stato, partecipando magari a convegni sul tema della libertà di uscire da una setta religiosa senza subire discriminazioni. Sul piano mediatico, in Italia sono emerse vicende drammatiche legate all’ostracismo e agli abusi tra i Testimoni, e gli ex membri atei/laici spesso diventano portavoce di queste denunce. Ad esempio, testate locali e nazionali hanno dato spazio a storie come quella di Massimo (definita “fuga dall’incubo” da un giornale trentino) o di Martin, dove gli ex adepti raccontano abusi subiti (anche casi di violenza o pedofilia insabbiati) e ora collaborano con associazioni anti-sette. Questi ex Testimoni non cercano un nuovo credo, ma giustizia e riconoscimento dei propri diritti; molti di loro si identificano come non credenti e chiedono allo Stato e all’opinione pubblica di intervenire su pratiche come lo shunning, considerato lesivo dei diritti umani. In Italia c’è un dibattito in corso sulla possibilità di riconoscere legalmente l’ostracismo come forma di violenza psicologica: gli ex Testimoni atei/umanisti sono tra i più attivi nel promuovere questa causa, poiché vedono la questione in termini civili e non religiosi.

Culturalmente, l’ambiente italiano può rappresentare un’ancora anche per chi esce e perde la fede: poiché la società è permeata di riferimenti cristiani (feste, arte, proverbi) ma al contempo vive una crescente secolarizzazione, l’ex Testimone italiano spesso si sente meno solo nel suo distacco dalla religione rispetto a quanto accade a chi vive in contesti ultrareligiosi. Questo favorisce l’ingresso in un alveo laico generalizzato, in cui magari dichiararsi ateo non è più un tabù. Certo, può scontrarsi con familiari cattolici che, pur odiando i TdG, speravano magari che il fuoriuscito “tornasse a Gesù”: genitori e nonni italiani possono soffrire nel vedere il figlio o nipote divenuto ateo, anche se contenti che non sia più “nel culto”. Ciò crea talvolta dinamiche familiari delicate: alcuni ex Testimoni cercano di far capire ai parenti che hanno bisogno di tempo e spazio, e che la cosa migliore è semplicemente accoglierli come persone libere. Col tempo, molte famiglie trovano un equilibrio, felici almeno di poter di nuovo festeggiare Natale insieme anche se il fuoriuscito lo vive solo come momento di famiglia e non di fede.

In Italia, va segnalato infine il ruolo del linguaggio nella sfera pubblica riguardo ai Testimoni di Geova: esso è passato negli ultimi decenni da molto cauto (quando c’era scarsa conoscenza e prevaleva un certo rispetto per ogni minoranza religiosa) a più diretto e critico, anche grazie al contributo degli ex membri. Termini come “setta” vengono usati con più disinvoltura sui media (talora in modo impreciso, ma indicativo del cambiamento di percezione). Gli ex Testimoni italiani, a seconda della loro traiettoria, contribuiscono a questa narrazione pubblica in modi differenti: i convertiti a un’altra fede magari scrivono su riviste cattoliche o evangeliche, descrivendo i TdG in termini teologici (eresia, falso profetismo); gli SBNR e i laici possono apparire in interviste TV o articoli portando l’attenzione sugli aspetti psicologici (manipolazione mentale, trauma da uscita); gli atei e umanisti spesso scrivono blog, commenti online o saggi enfatizzando l’analisi sociale (violazione dei diritti, lavaggio del cervello, bisogno di informare). Questa pluralità di voci in Italia riflette esattamente la pluralità di vissuti: non esiste un “ex Testimone tipo”, esistono tanti ex quanti sono gli individui, e in Italia se ne può trovare traccia dall’accademia (ci sono tesi di laurea e ricerche sul fenomeno dei fuoriusciti geovisti) fino alla letteratura autobiografica popolare.

In conclusione su questo focus italiano, possiamo dire che anche nel nostro Paese l’uscita dai Testimoni di Geova viene sempre più riconosciuta come un percorso di riappropriazione dell’identità che può portare a esiti diversi ma ugualmente legittimi. Dagli incontri organizzati da gruppi di ex membri (come quelli dell’associazione Informazione TdGeova o simili forum online) emergono storie di italiani che hanno intrapreso ciascuna delle cinque strade: c’è l’ex anziano di congregazione che è diventato un apprezzato pastore battista, c’è la giovane donna che dopo anni di silenzio ora medita in un centro buddhista in Toscana, c’è il ragazzo che ha riscoperto la passione per la scienza e studia biologia all’università da ateo convinto, c’è la madre di famiglia che senza etichette religiose insegna ai figli solo la gentilezza e la curiosità per il mondo. Tutti, a modo loro, testimoniano la ricchezza e complessità delle transizioni identitarie possibili.

Conclusione: riappropriarsi della vita attraverso scelte diversificate






Le traiettorie di vita degli ex Testimoni di Geova dopo l’uscita delineano un panorama variegato ma unificato da un filo conduttore potente: la riappropriazione della propria vita e della propria identità. Ognuna delle cinque categorie analizzate – dal mantenimento di una fede personale, alla conversione a un altro credo, alla spiritualità individuale, fino alla laicità umanista e all’ateismo liberatorio – rappresenta una forma di reazione creativa all’esperienza di subordinazione vissuta nel gruppo d’origine. In tutti i casi, l’ex aderente compie un atto di autonomia, rivendicando il diritto di scegliere chi essere, cosa credere (o non credere) e come vivere.

Abbiamo visto come i motivi profondi di queste scelte affondino sia nelle ragioni dell’abbandono (delusione dottrinale, bisogno di coerenza morale, aspirazione alla libertà) sia nei bisogni che emergono immediatamente dopo (ritrovare una comunità, dare un senso al mondo, curare le ferite interiori). Il vissuto psicologico di transizione, pur differente nei dettagli, attraversa in genere fasi simili: iniziale spaesamento e dolore per le perdite, seguito da un graduale percorso di ricostruzione di sé. Quel processo di “rebuilding identity and worldview” – ricostruzione dell’identità e della visione del mondo – è, come indicato dagli studi, complesso ma possibile. I nostri ex Testimoni ne sono la prova vivente: c’è chi lo realizza riscoprendosi figlio di Dio libero da intermediari umani, chi trovando nuovi fratelli in un’altra fede, chi accendendo una luce interiore di spiritualità personale, chi impegnandosi come cittadino del mondo e chi abbracciando la luce razionale della scienza. In ogni caso, essi trasformano la frattura del distacco in un’opportunità di crescita e ridefinizione di sé. Quello che per l’organizzazione dei Testimoni è l’evento più temuto – l’uscita, il “cadere nel mondo” – per loro diventa l’inizio di un cammino, spesso doloroso ma portatore di una nuova integrità personale.

Un elemento che emerge fortemente è l’uso del linguaggio come strumento di liberazione e rielaborazione. Ogni traiettoria ha i suoi codici espressivi, ma tutte convergono nel segnare una discontinuità (più o meno netta) con il gergo e le narrative imposte dall’ex gruppo. Che sia il credente indipendente che parla ora di “amore di Cristo” invece che di “Geova e dell’Organizzazione”, o l’agnostico che smaschera termini come “la verità” chiamandoli col loro nome di dottrine fallibili, tutti stanno in realtà restituendo alle parole il proprio significato personale. Il linguaggio diventa così il campo di battaglia dell’identità: ricreare il proprio vocabolario equivale a ridefinire i confini di chi si è. Gli ex Testimoni, attraverso nuove metafore (rinascita, risveglio, viaggio, liberazione) e nuovi concetti chiave (autodeterminazione, coscienza, umanità, ragione, o anche grazia e perdono in altri casi), ricostruiscono la propria narrazione di vita. Passano dall’essere personaggi di una storia scritta da altri (la storia della “Organizzazione di Geova” con le sue profezie e regole) a diventare autori della propria storia. E narrando quella storia – nei diari privati, nelle conversazioni intime, sui forum, nei libri o semplicemente dentro di sé – essi ne consolidano il significato e l’appartenenza.

Una considerazione finale riguarda la pluralità dei vissuti e la necessità di un approccio non giudicante. Come abbiamo illustrato, non c’è una “scelta giusta” uguale per tutti dopo l’uscita: c’è la scelta giusta per quell’individuo, in base alla sua personalità, ai suoi valori e alle sue circostanze. Ciò che accomuna tutte queste persone è il coraggio di aver rotto le catene di un sistema totalizzante, pagando spesso un prezzo alto in termini di affetti e certezze, e la determinazione nel ricostruire dalle macerie un’identità autentica e autonoma. In questo senso, ogni traiettoria – sia essa verso un nuovo credo o verso nessun credo – costituisce un tassello del mosaico della riappropriazione della vita. C’è un filo invisibile che lega l’ex Testimone diventato un fervente cristiano evangelico all’ex Testimone divenuto un convinto ateo: entrambi, seppur in direzioni opposte, hanno affermato “io scelgo per me” anziché lasciare che un’autorità esterna scelga per loro. Entrambi hanno dovuto affrontare sensi di colpa e paure radicate, e le hanno superate trovando un nuovo equilibrio identitario in cui credono – fosse esso in Dio o nell’umanità o in se stessi. Entrambi, soprattutto, testimoniano che c’è vita dopo i Testimoni di Geova, e una vita che vale la pena di essere vissuta pienamente, secondo le proprie regole.

Questa sintesi interpretativa ci mostra dunque che, pur nella varietà dei percorsi – dal sacro al secolare – la storia dei fuoriusciti dai Testimoni di Geova è fondamentalmente una storia di emancipazione. Emancipazione dalla paura, dall’eterodirezione, dall’identità imposta. Ognuno trova la sua strada: chi nei versi di una nuova preghiera, chi nelle pagine di un libro scientifico, chi nell’abbraccio di una nuova comunità o nell’introspezione solitaria. Ma tutti, in modi diversi, finiscono per riprendersi la propria voce e la propria agenzia di esseri umani liberi. Come ha ben riassunto una ricerca britannica, lasciare un culto ad alto controllo “non è un singolo evento bensì un processo complesso” fatto di smarrimento e di ricostruzione – ma “con il giusto supporto, è assolutamente possibile rimettere insieme tutto quanto e vivere una vita soddisfacente. Gli ex Testimoni di Geova dimostrano la verità di queste parole. Ognuno con i propri tempi e modi, hanno rimesso insieme i pezzi della loro identità, costruendo esistenze nuove e spesso straordinarie proprio nella loro normalità riconquistata. In definitiva, la diversità delle loro scelte è il segno più eloquente della libertà ritrovata: lì dove prima c’era un percorso unico già scritto per tutti, ora ci sono mille percorsi tracciati dalla volontà individuale. E in ogni decisione, in ogni nuova parola pronunciata con convinzione, risplende il filo conduttore della riappropriazione della vita. Essi sono, a pieno titolo, tornati artefici del proprio destino.


Traiettorie di Vita degli ex Testimoni di Geova

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