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lunedì 12 agosto 2024

Un Viaggio di Risveglio e Impegno

 Un Viaggio di Risveglio e Impegno

Steven Hassan intervista António Madaleno


E’ sempre interessante seguire Steven Hassan sul suo canale, anche se comprendo che per un utente italiano sia difficile seguire in lingua originale un video che può essere lungo 1 ora o più. Per questo motivo ho deciso non tanto di fare una semplice traduzione, ma di raccontare sotto forma di articolo per il mio blog ciò che viene detto in questo video dal titolo “Steven Hassan and Ex-Jehovah’s Witness Elder António Madaleno: “Un Viaggio di Risveglio e Impegno”. Hassan intervista Antonio, ex responsabile dei Testimoni di Geova, e da questa intervista emerge, a mio avviso, un'ottima sintesi delle criticità attribuibili al culto dei Testimoni di Geova, oltre ad alcuni importanti motivi per cui è forse consigliabile evitarli preventivamente. Anzi, consiglio vivamente di condividere questo articolo, che pubblico qui sul mio blog, con tutte quelle persone in cerca di una prima informazione sui Testimoni di Geova e con tutti coloro che si chiedono i motivi della diffusa controinformazione su di loro." 


Parte 1: L’Oscura Storia dei Testimoni di Geova

Quando pensiamo ai Testimoni di Geova, spesso ci vengono in mente immagini di persone ben vestite che bussano alle porte con riviste colorate e sorrisi gentili. Tuttavia, dietro questa facciata ordinata e apparentemente inoffensiva, si cela una storia complessa e inquietante, fatta di controllo mentale, manipolazione e isolamento sociale. Per comprendere appieno la portata di questa organizzazione, è essenziale partire dalle sue radici storiche. I Testimoni di Geova nacquero nel contesto del fervore religioso del XIX secolo, un periodo caratterizzato da un proliferare di nuovi movimenti religiosi negli Stati Uniti. Charles Taze Russell, un uomo profondamente influenzato dalle idee millenariste, fondò quella che all'epoca era conosciuta come "International Bible Students Association". Russell, tuttavia, non fu un leader religioso nel senso tradizionale; piuttosto, era un abile imprenditore e un astuto manipolatore, capace di attrarre a sé individui vulnerabili in cerca di risposte spirituali e certezze in un mondo sempre più incerto.

Dopo la morte di Russell, il controllo dell’organizzazione passò a Joseph Franklin Rutherford, un uomo ancora più determinato a trasformare la congregazione in un potente strumento di controllo. Sotto la guida di Rutherford, il movimento prese il nome di "Testimoni di Geova" e iniziò a sviluppare una struttura gerarchica rigida, con un potere centralizzato che veniva esercitato attraverso il Corpo Direttivo, un gruppo di uomini che pretendono di essere gli unici interpreti della volontà divina sulla Terra. Rutherford introdusse diverse dottrine che avrebbero segnato profondamente l’identità del gruppo, come il rifiuto delle trasfusioni di sangue e la separazione dal mondo esterno. Questa chiusura nei confronti della società non è solo un aspetto dottrinale, ma una vera e propria strategia di controllo. Come evidenziato da Antonio, ex membro del gruppo e psicologo esperto di dinamiche settarie, "la separazione dal mondo esterno è funzionale a mantenere i membri in uno stato di dipendenza psicologica ed emotiva, impedendo loro di sviluppare un pensiero critico e autonomo".

Le persone che si avvicinano ai Testimoni di Geova spesso lo fanno in momenti di vulnerabilità, attratte dalla promessa di una comunità amorevole e di certezze spirituali. Tuttavia, una volta all'interno, scoprono presto che l'appartenenza al gruppo richiede un prezzo altissimo. Non si tratta solo di seguire determinati precetti religiosi, ma di una totale adesione a un sistema di credenze che regola ogni aspetto della vita quotidiana: dalle decisioni mediche alle relazioni familiari, dall'educazione dei figli alla gestione del proprio tempo libero. Il controllo che l’organizzazione esercita sui suoi membri è totale e pervasivo, al punto che ogni dubbio o tentativo di ribellione viene visto come un tradimento non solo nei confronti del gruppo, ma di Dio stesso. È questo il vero volto dei Testimoni di Geova: un culto che, sotto le spoglie di una religione, opera come una macchina perfettamente oliata di manipolazione e controllo mentale.


Parte 2: Il Controllo Mentale e la Manipolazione nelle Pratiche dei Testimoni di Geova

Per comprendere davvero la natura opprimente dei Testimoni di Geova, è essenziale analizzare le tecniche di controllo mentale che vengono utilizzate per mantenere i membri sotto un costante stato di sottomissione. La comunità dei Testimoni di Geova non è soltanto una struttura gerarchica rigida, ma un vero e proprio sistema chiuso in cui ogni aspetto della vita dei membri è regolato e monitorato. Uno degli strumenti più efficaci di questa manipolazione è il concetto di "La Verità". Nei Testimoni di Geova, la dottrina insegnata dall'organizzazione è definita come "La Verità", un termine che esclude a priori qualsiasi possibilità di interpretazione alternativa. La "Verità" dei Testimoni di Geova non ammette sfumature, dubbi o critiche. Come Antonio spiega, questa forma di indottrinamento è cruciale per creare un senso di dipendenza nei membri, che si trovano a vivere in un mondo dove ogni loro pensiero e azione devono essere conformi alla dottrina ufficiale.

Questo controllo si estende a decisioni fondamentali per la vita delle persone, come quelle legate alla salute. Una delle pratiche più controverse è il rifiuto delle trasfusioni di sangue, una posizione che i Testimoni di Geova difendono con argomentazioni bibliche interpretate in modo estremamente rigido. Il rifiuto di una trasfusione può mettere a rischio la vita dei membri, ma l'organizzazione insiste che accettare sangue sarebbe un atto di disobbedienza a Dio, punibile con l’espulsione e la dannazione eterna. La pressione esercitata sui membri affinché si conformino a queste direttive è enorme. Chi mette in dubbio la "Verità" o disobbedisce apertamente rischia l'espulsione, una punizione che comporta non solo l'esclusione dalla comunità religiosa, ma anche il completo ostracismo da parte della propria famiglia e dei propri amici. In un gruppo che predica l'isolamento dal resto del mondo, l'espulsione significa spesso la perdita di ogni supporto sociale, lasciando gli individui completamente soli e vulnerabili.

Un altro aspetto cruciale del controllo mentale operato dai Testimoni di Geova è la demonizzazione del mondo esterno. Fin dalla giovane età, i membri vengono educati a credere che il mondo al di fuori della loro organizzazione sia malvagio e corrotto, sotto l'influenza di Satana. 



Questo insegnamento non solo alimenta la paura e la sfiducia nei confronti degli estranei, ma impedisce anche ai membri di cercare informazioni e aiuto all'esterno. La demonizzazione del mondo è quindi una strategia chiave per mantenere i membri all'interno della setta, isolati e dipendenti. Antonio, nella sua testimonianza, descrive in modo vivido come questo isolamento influenzi profondamente la psiche dei membri. "Quando sei dentro," racconta, "non riesci a vedere il mondo come realmente è. Ogni cosa ti sembra minacciosa, ogni persona al di fuori del gruppo è percepita come un potenziale nemico. È un meccanismo di difesa che l’organizzazione ti instilla fin dall'inizio, e che diventa una gabbia mentale da cui è difficilissimo uscire."

Questo meccanismo di difesa è rafforzato dalla pratica della "sorveglianza fraterna", in cui i membri sono incoraggiati a monitorare e riportare le trasgressioni degli altri membri alla leadership del gruppo. Questa sorveglianza non è solo un modo per garantire l'adesione alle regole, ma anche un mezzo per creare un clima di paura e sospetto, in cui nessuno si sente veramente libero o al sicuro. Il risultato è una comunità in cui la fiducia reciproca è sacrificata sull'altare del conformismo, e dove la libertà personale viene continuamente repressa in nome dell'obbedienza. Il controllo mentale dei Testimoni di Geova è quindi un processo complesso e sofisticato, che si basa sulla manipolazione delle emozioni, sulla repressione del pensiero critico e sull'isolamento sociale. Questo sistema di controllo rende estremamente difficile per i membri lasciare il gruppo, anche quando riconoscono che qualcosa non va. Il costo della ribellione è altissimo: non solo si perde il supporto della comunità, ma si affronta anche un senso di colpa e di paura che è stato inculcato attraverso anni di indottrinamento.

Antonio descrive questo processo con una lucidità che nasce dall'esperienza diretta. "Per anni," dice, "ho vissuto con la paura costante di essere sorvegliato, giudicato, punito. Anche quando ho iniziato a dubitare della dottrina, quella paura era così radicata dentro di me che mi ci sono voluti anni per trovare il coraggio di andarmene."


Parte 3: Il Percorso di Liberazione e il Lascito di una Vita Oltre il culto

Il viaggio di Antonio verso la libertà non è stato né breve né privo di ostacoli. Uscire dai Testimoni di Geova è un atto di grande coraggio, che richiede non solo la forza di opporsi a un sistema potente e oppressivo, ma anche la capacità di ricostruire una vita dalle fondamenta. Questo processo di liberazione è un tema centrale nel racconto di Antonio, che offre una prospettiva preziosa su cosa significhi davvero uscire da una setta. Dopo anni passati a nutrire dubbi silenziosi e a soffrire in un contesto dove ogni domanda veniva soffocata, Antonio ha finalmente deciso di fare il passo più difficile: mettere in discussione "La Verità" che gli era stata inculcata fin dall'infanzia. Questo momento di risveglio non è stato improvviso, ma il risultato di un lungo e doloroso processo di introspezione e di ricerca della verità. "Ricordo la prima volta che ho osato pensare che forse, solo forse, i Testimoni di Geova non avevano tutte le risposte," racconta Antonio. "È stato come se il mondo intorno a me si fosse aperto, ma allo stesso tempo, la paura del castigo divino mi attanagliava."

La decisione di abbandonare i Testimoni di Geova ha significato per Antonio non solo la perdita della sua comunità e della sua famiglia, ma anche la necessità di ridefinire la propria identità. Per chi, come lui, è cresciuto in un ambiente dove ogni aspetto della vita era regolato dalla dottrina, uscire dalla setta equivale a trovarsi improvvisamente senza una bussola, in un mare di incertezze. "Quando ho lasciato il gruppo," spiega Antonio, "mi sono trovato a dover ricostruire tutto da zero: le mie convinzioni, le mie relazioni, la mia stessa idea di chi fossi." Tuttavia, questo percorso di ricostruzione ha portato Antonio a scoprire nuove prospettive e a sviluppare una comprensione più profonda della vita e della libertà. Una delle prime sfide è stata quella di imparare a pensare in modo indipendente, senza il costante filtro della dottrina dei Testimoni di Geova. "È stato un processo lento e doloroso," ricorda, "ma alla fine, ho imparato a fidarmi di me stesso, a fare domande, e a cercare risposte basate non sulla paura, ma sulla ragione e sulla compassione."

Uno degli aspetti più difficili dell’uscita dai Testimoni di Geova è stato il rapporto con la famiglia. La pratica della disassociazione prevede infatti che i membri di tale culto taglino ogni contatto con chi decide di andarsene, una misura che Antonio descrive come "una delle forme più crudeli di punizione emotiva". Dopo la sua decisione, Antonio ha sperimentato il dolore dell’ostracismo, trovandosi improvvisamente tagliato fuori dalle persone a lui più care. "La mia famiglia mi ha voltato le spalle," racconta con amarezza. "Non perché avessero smesso di volermi bene, ma perché erano stati condizionati a credere che era l'unico modo per dimostrare fedeltà a Dio." Nonostante tutto, Antonio è riuscito a costruirsi una nuova vita, trovando forza e supporto in nuove amicizie e in un ambiente che valorizza il pensiero critico e la libertà individuale. La sua esperienza lo ha portato a dedicarsi alla sensibilizzazione e all’aiuto di altre persone intrappolate in contesti settari. Con il suo background in psicologia, Antonio ha iniziato a lavorare come consulente per individui e famiglie coinvolte in dinamiche simili, cercando di offrire loro gli strumenti per liberarsi dal controllo mentale e ricostruire una vita libera e autentica. La storia di Antonio è, dunque, una testimonianza di speranza e di resilienza. Dimostra che, nonostante la potenza delle forze che cercano di controllare e manipolare, è possibile liberarsi e vivere una vita piena e soddisfacente. Ma la sua esperienza è anche un monito: ci ricorda che la libertà non è mai garantita, ma va conquistata e difesa, soprattutto quando ci troviamo di fronte a sistemi che, sotto la maschera della religione, cercano di imporre un controllo totale sulle nostre vite. 



In conclusione

Il percorso di Antonio rappresenta un invito alla riflessione per tutti noi. Viviamo in un mondo in cui il controllo e la manipolazione possono assumere molte forme, alcune delle quali sono subdole e difficili da riconoscere. È fondamentale rimanere vigili, coltivare il pensiero critico e non avere paura di mettere in discussione le autorità, soprattutto quando queste pretendono di avere il monopolio della verità. Ogni lettore è chiamato a riflettere sul valore della propria libertà e su come essa possa essere minacciata non solo da organizzazioni come i Testimoni di Geova, ma anche da qualsiasi sistema che cerchi di limitare la nostra capacità di pensare, scegliere e vivere secondo la nostra coscienza. La libertà è un dono prezioso, e come tale, va difesa con coraggio e determinazione.


Questo articolo riporta quanto contenuto nel video seguente:

https://www.youtube.com/watch?v=-FEuIRmpSUQ



secondolescritture@gmail.com













venerdì 9 agosto 2024

Dentro la Stanza: La mia vita da Testimone di Geova

 "Dentro la Stanza: La mia vita da Testimone di Geova"

Recensione di "Dentro la Stanza: 

La mia vita da Testimone di Geova" di Samuele Semenzato


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Dentro la Stanza: La mia vita da Testimone di Geova di Samuele Semenzato è un'opera autobiografica che svela in modo diretto e coinvolgente la complessa realtà vissuta dall'autore all'interno della comunità dei Testimoni di Geova. Fin dalle prime pagine, Semenzato introduce il lettore a una domanda cruciale: rimarrà ancora, almeno formalmente, un Testimone di Geova, o sarà disassociato a causa del racconto della sua esperienza in questo libro? Questo dubbio, espresso con sorprendente apertura, dà il via a una narrazione che spazia dai ricordi d'infanzia alle riflessioni più intime e critiche. Il libro offre uno spaccato vivido delle ritualità e dei meccanismi di controllo caratteristici della comunità. Le adunanze settimanali, discusse con grande dettaglio, rivelano l'intenso coinvolgimento dei membri e il ruolo cruciale della dottrina. Ogni martedì e giovedì sera, i membri si riunivano nella Sala del Regno, un luogo che gli adepti imparano a considerare sacro quanto una chiesa. Attraverso questo e altri dettagli, Semenzato dipinge un quadro vivido di come le parole e le direttive del Corpo Direttivo pervadano ogni aspetto della vita quotidiana.

Particolare enfasi è posta sul concetto di "disassociazione", che l'autore descrive con toni drammatici e riflessivi. Semenzato rappresenta il Comitato Giudiziario come un tribunale senza appello, dove le decisioni sono definitive e chi viene disassociato non può più tornare indietro senza affrontare una lunga e dolorosa espiazione. Questa descrizione non solo illumina le dinamiche di potere all'interno della comunità, ma rivela anche la pressione psicologica e la paura costante che i membri vivono. Un altro punto saliente è la riflessione dell'autore sul conflitto tra il desiderio di conformarsi e la necessità di esprimere la propria individualità. Semenzato si confronta con il peso delle aspettative e il dolore di sentirsi intrappolato in una "farsa", raccontando di come si sia sentito come un pesce fuori dall'acqua, costretto a nuotare in un mare di regole e imposizioni che non gli appartenevano più. Questo conflitto interiore è il cuore pulsante del libro e guida il lettore attraverso una serie di emozioni e decisioni difficili.

La narrazione si conclude con la decisione finale di Semenzato di allontanarsi dalla comunità, un passo che rappresenta sia una liberazione personale sia un atto di ribellione contro un sistema di controllo opprimente. L'epilogo diventa un invito alla riflessione sulla vera natura della fede e della libertà: non si può vivere per compiacere gli altri, nemmeno se quegli altri sono la propria famiglia o la propria comunità.



Analisi dello Stile

Lo stile di Semenzato è diretto e colloquiale, quasi come se stesse parlando direttamente al lettore. Questo approccio rende il libro accessibile anche a chi non ha familiarità con i temi religiosi o con la specifica dottrina dei Testimoni di Geova. La prosa è semplice ma efficace, e il tono è generalmente riflessivo, oscillando tra momenti di affetto per la comunità in cui è cresciuto e momenti di critica ponderata.

Il libro è strutturato come un diario, un flusso di coscienza che esprime i pensieri dell'autore senza seguire una linea temporale rigida. La struttura narrativa è volutamente frammentata, con frequenti salti temporali e riflessioni che interrompono il flusso lineare degli eventi. Questo può risultare disorientante per alcuni lettori, soprattutto per chi preferisce una narrazione più lineare e ordinata. Inoltre, la scelta di mantenere un tono riflessivo e spesso malinconico per gran parte del testo può portare una certa ripetitività, con il rischio di appesantire la lettura. Tuttavia, questa scelta stilistica conferisce al testo maggiore autenticità e immediatezza.


Analisi dei Contenuti

Dal punto di vista dei contenuti, "Dentro la Stanza" offre una panoramica approfondita e personale della vita all'interno dei Testimoni di Geova. L’autore non si limita a descrivere gli aspetti organizzativi o dottrinali del movimento, ma esplora anche le implicazioni psicologiche e sociali del farne parte. Il glossario iniziale aiuta il lettore a orientarsi tra i vari termini e concetti specifici della dottrina, rendendo il testo più comprensibile. Un aspetto particolarmente interessante è l'analisi del "controllo" esercitato dall'organizzazione sui suoi membri, sia a livello dottrinale che personale. Semenzato discute come le direttive del Corpo Direttivo influenzano profondamente la vita quotidiana dei Testimoni, plasmando non solo le loro credenze ma anche le loro relazioni interpersonali.

Un grande pregio del libro è la capacità di far emergere il conflitto interiore che molti membri di movimenti religiosi rigidi possono sperimentare: da un lato, il desiderio di appartenenza e di accettazione da parte della comunità, dall'altro, la necessità di affermare la propria individualità e libertà di pensiero. Questo dualismo è esplorato con grande sensibilità, rendendo il libro non solo un racconto personale, ma anche una riflessione più ampia sulle dinamiche di controllo e autonomia. Il libro non è privo di criticità. La narrazione, a tratti, può sembrare eccessivamente personale, rischiando di limitare l'universalità dell'esperienza descritta. Inoltre, il tono riflessivo dell'autore, sebbene apprezzabile per la sua onestà, potrebbe risultare ridondante per alcuni lettori, specialmente in assenza di un più ampio contesto storico o sociologico.

Semenzato si confronta con i suoi stessi dubbi e le sue scelte. L'approccio onesto e senza filtri dell'autore rende il libro accessibile e coinvolgente, permettendo al lettore di sviluppare una connessione empatica con l'autore. Questa autenticità è rara e preziosa, soprattutto quando si tratta di temi delicati come la fede religiosa e l'appartenenza comunitaria. La narrazione culmina con la decisione finale di Semenzato di distanziarsi dalla comunità, un passo che rappresenta non solo una liberazione personale, ma anche un atto di ribellione contro il sistema di controllo che aveva governato la sua vita fino a quel momento.



Considerazioni finali

"Dentro la Stanza" è un libro che merita di essere letto non solo da chi ha un interesse specifico per i Testimoni di Geova, ma anche da chiunque sia curioso di esplorare le dinamiche interne dei nuovi movimenti religiosi e il loro impatto sulla vita dei singoli. Semenzato non pretende di offrire una verità assoluta, ma piuttosto la sua verità che coincide con la sua personale esperienza, invitando il lettore a riflettere e a formarsene una propria Alcuni lettori potrebbero aspettarsi una narrazione più lineare o una maggiore varietà stilistica. Tuttavia, è importante ricordare che Semenzato non è uno scrittore di professione. Nonostante questo, la sua sincerità e la capacità di esporre le proprie emozioni rendono "Dentro la Stanza" una lettura preziosa per chi è disposto a confrontarsi con domande complesse riguardo alla fede, all'identità e all'appartenenza.


Dove trovare il libro:

https://www.amazon.it/Dentro-stanza-vita-Testimone-Geova/dp/B0D7NKM2VD


secondolescritture@gmail.com


                                                Mentalmente Liberi







lunedì 8 luglio 2024

  1. La falsa rivoluzione dei Testimoni di Geova

    Un'analisi critica dei recenti cambiamenti


https://www.jw.org/it/biblioteca-digitale/riviste/torre-di-guardia-studio-agosto-2024/

                                                                    

La comunità dei Testimoni di Geova, ma anche quella degli “ex”, era in fermento. Si attendeva la Torre di Guardia di Agosto 2024 con la stessa trepidazione con cui si attendeva la scoperta del Santo Graal. Questa ondata di “nuova luce” che ha visto la Watchtower sfornare, negli ultimi mesi, “nuovi intendimenti” a getto continuo, aveva creato un’attesa vibrante sul tema “come trattare gli ex TDG” (Dissociati/ Disassociati/Ostracismo). I “rumors” si alternavano, si attendevano cambiamenti rivoluzionari, sbirciando ogni tanto la lista delle “Torre di Guardia” pubblicate, che dal mese di Luglio passava direttamente a quella di Settembre. Forse, si pensava, questo ritardo (senza precedenti) della rivista di agosto era perché i cambiamenti erano troppo grandi per non lavorarci ancora un po’ sopra. Eccoci dunque ai primi di Luglio, la rivista di Agosto è pubblicata, ma la grande attesa delusa: cose nuove ci sono, ma niente di sostanziale, piuttosto un esercizio di cosmesi che non va alla radice delle questioni. Riguardo a come le scritture di 1 Corinti 5:1,2 ,13 o 2 Corinti 2:5-8 e altre menzionate si interpretano in relazione ai “peccatori” nella comunità cristiana, non farò una esegesi di questi passi in quanto qui adesso mi interessa solo mostrare in che modo la Watchtower con questo articolo modifica alcune sue prassi, e in quale misura.

Per comprendere appieno la portata di queste modifiche, è necessario fare un passo indietro. Già nel marzo precedente, un video di aggiornamento del Corpo Direttivo aveva anticipato alcune novità. Tra queste, la possibilità di incontri multipli con i trasgressori, anziché un unico colloquio decisivo; l'introduzione di regole speciali per i minori battezzati accusati di trasgressione; il tentativo di accelerare i tempi di reintegrazione per i disassociati e il permesso di rivolgere un semplice saluto ai disassociati presenti alle riunioni.

L'edizione di agosto della Torre di Guardia ha poi introdotto ulteriori modifiche, alcune delle quali potrebbero sembrare, a prima vista, significative. Il termine "disassociato" viene sostituito con "rimosso dalla congregazione".


“D’ora in poi non useremo più il termine “disassociato”. In armonia con le parole di Paolo riportate in 1 Corinti 5:13, diremo che una persona `è stata allontanata dalla congregazione. Inoltre non useremo più il termine“riassociato”, ma diremo che una persona e stata riammessa. “

Pag. 27 , Nota a par. 3


I "comitati giudiziari" diventano "comitati di anziani". Cambiamento resosi necessario in quanto l’esistenza di un sistema giudiziario parallelo a quello statale non favorisce affatto quell’immagine socialmente accettabile che intendono proporre delle loro procedure interne.


In precedenza questi gruppi di anziani venivano chiamati “comitati giudiziari”. Ma dato che giudicare è soltanto un aspetto della loro opera, non useremo piu questa espressione. Useremo invece l’espressione “comitato di anziani”.

Pag.21 , nota a par. 4


La pratica della “segnatura” viene rivisitata, diventando una decisione più individuale. Infine, si pone l'accento sulla necessità di non essere "inutilmente invadenti" durante i colloqui disciplinari.


“Facendo domande profonde senza essere inutilmente invadenti, gli anziani con gentilezza fanno esprimere il peccatore e lo aiutano a riflettere sulle sue azioni”

Pag. 22 par 10


Il che modifica la prassi secondo cui (ad esempio) 3 o 4 anziani, nell’interrogare una giovane e impaurita donna, potevano chiederle di esporre dettagli intimi di un presunto rapporto “immorale” .



Tuttavia, un'analisi più approfondita rivela che la sostanza rimane invariata. Le famiglie continuano a essere divise dalla pratica della disassociazione. Chi è già disassociato rimane tale, a meno che non cerchi attivamente la reintegrazione.


“Come dovremmo considerare, quindi, un compagno di fede che è stato allontanato dalla congregazione? Anche se non intratteniamo rapporti sociali con lui, dovremmo considerarlo una pecora che si è persa, non una causa persa. Una pecora che ha abbandonato il gregge può sempre ritornare. Dopo tutto, quella pecora smarrita si è dedicata a Geova. Purtroppo adesso non sta tenendo fede a quella dedicazione, e questo la mette in pericolo (Ezec. 18:31). Ciò nonostante, finchè c’è tempo, per beneficiare della misericordia di Geova, c’e speranza che ritorni. In che modo gli anziani dimostrano di voler aiutare un peccatore che è stato allontanato dalla congregazione?”

Pag. 27, Par. 5


L’obiettivo è fa “tornare” la persona considerata “persa”, il che implica, come lo è sempre stato, sia un giudizio sulla persona che una convalida delle sanzioni ad essa applicate. Ciò che cambia è l’atteggiamento apparentemente più “morbido”, che però ha un solo nome: paternalismo!


“Il paternalismo in senso generale indica l'atteggiamento bonario e benefico di una persona d'autorità che però chiede in cambio, spesso implicitamente, il consenso intorno alla sua persona. “

Da Wikipedia


Applicato a questo contesto, l'autorità religiosa adotta un comportamento bonario e accondiscendente, apparentemente interessato alla vita e al benessere dei fedeli. Tuttavia, questo interesse non è disinteressato, bensì finalizzato a riaffermare la propria posizione di comando. In altre parole, l'autorità dice: "Ti lascio un po' di guinzaglio, ma solo per ricordarti che sono io a tenerne il controllo".

È sempre una concessione: "Guarda come sono buono con te; nonostante le tue marachelle, io, che sono misericordioso, sono qui altruisticamente pronto a riaccoglierti e a ripristinare la vita sociale che ti è stata tolta, ma alle mie condizioni". Il rapporto resta squilibrato: è sempre il sovrano che si abbassa per recuperare il suddito, elargendo grandi promesse e benefici purché esso ritorni sotto il suo dominio.



Per esperienza, ho notato che questo tentativo di "recupero" della "pecorella smarrita", quando attuato dai comuni Testimoni di Geova, si traduce in una sorta di mobbing messaggistico. La persona, sia che sia stata allontanata di recente o da più tempo, viene sommersa da SMS, messaggi o vocali su WhatsApp, pieni di link al sito jw.org o inviti seducenti a ritornare a Geova, ricordando i bei tempi passati, insieme all'invito a rivolgersi agli anziani. Ricordiamo che solo loro, dal punto di vista operativo, sono i responsabili del recupero, gli unici incaricati e qualificati per avere un rapporto più ravvicinato con la pecorella smarrita, ma sempre con l'obiettivo di farla ritornare come membro approvato della comunità geovista. Lascio immaginare l'effetto che ha su molti, ostracizzati per anni da ex compagni, amici e familiari, sentirsi improvvisamente ricontattare solo perché l'autorità geovista ha deciso che, da un certo momento in poi, è possibile farlo.

Ora viene concesso il saluto agli ex testimoni, ma solo a quelli che tornano in Sala del Regno vestiti di sacco e cenere, e senza esagerare, non sia mai che andare oltre il saluti pregiudichi la salute spirituale di qualcuno:


“Alcuni potrebbero sentirsi a proprio agio nel salutare la persona o nel darle il benvenuto. Comunque, non ci metteremmo a fare una lunga conversazione nè intratterremmo rapporti sociali con lei.” Pag. 31 Par. 14




Un paternalismo irritante, frutto delle mutevoli interpretazioni e delle insindacabili decisioni di un gruppo di uomini che, come sovrani dall'America, dirigono più di 8 milioni di sudditi in tutto il mondo. Davvero mi chiedo come questo potrebbe attirare qualcuno!

La disassociazione si estende ancora ai familiari, creando situazioni di profondo dolore e isolamento. E chi dissente coscienziosamente dagli insegnamenti dei Testimoni di Geova continua a essere etichettato come apostata, una condizione considerata persino peggiore di aver commesso un crimine o un'azione immorale secondo gli standard biblici. È difficile non vedere in questi cambiamenti un'occasione mancata. L'organizzazione avrebbe potuto cogliere l'opportunità per riformare radicalmente la pratica della disassociazione, magari limitandola al livello della congregazione senza estenderla alle relazioni familiari. Avrebbe potuto prendere esempio dalla parabola del figliol prodigo, tanto citata nei loro testi, dove il padre accoglie il figlio a braccia aperte, senza condizioni.

Invece, ci troviamo di fronte a quello che sembra più un esercizio di cosmesi che una vera riforma. La sostituzione di termini come "disassociato" con "rimosso dalla congregazione" appare come un tentativo di ammorbidire la percezione di una pratica che rimane fondamentalmente immutata.

È come se, cambiando il nome, si sperasse di cambiare la natura della cosa stessa.

Non si può negare che questi cambiamenti siano stati influenzati dalle crescenti pressioni esterne. La decisione del governo norvegese di ritirare i finanziamenti, principalmente a causa della pratica della disassociazione, insieme ai guai giudiziari in altri Paesi, ha sicuramente giocato un ruolo. Tuttavia, la risposta dell'organizzazione appare timida e insufficiente.

In conclusione, mentre alcuni potrebbero vedere in questi cambiamenti un passo nella giusta direzione, è importante mantenere uno sguardo critico. Le persone continueranno a soffrire a causa della disassociazione, indipendentemente dal nome che le viene dato. Famiglie continueranno a essere divise. Il dissenso continuerà a essere punito con l'isolamento sociale.

Ci troviamo quindi di fronte a un bivio: possiamo accontentarci di questi cambiamenti superficiali, o possiamo continuare a spingere per una riforma reale e significativa? La palla è nel campo dei Testimoni di Geova, ma anche in quello di tutti noi che osserviamo e commentiamo queste pratiche. Il vero cambiamento richiede coraggio, compassione e la volontà di mettere in discussione tradizioni radicate. Saremo all'altezza di questa sfida?

                                                                                    Mentalmente Liberi

                                                        secondolescritture@gmail.com

                                                                                




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