sabato 16 maggio 2026

"Il Papa, lo studio, e Dio" - Risposta a Sapiens Sapiens

 

Il Papa, lo studio, e Dio

Risposta a Sapiens Sapiens

https://www.youtube.com/post/UgkxeY-WGphIjsYdSHW7vJ1imQeQxNB11UwL





Il canale ateo Sapiens Sapiens prende di mira il Papa. E fin qui nulla di nuovo sotto il sole. La frase incriminata, pronunciata durante la visita all’Università ‘La Sapienza’, sarebbe questa: ‘Chi studia e ricerca alla fine trova Dio’. Anzi no: questa è la sintesi fatta da Sapiens Sapiens. La frase originale, riportata dalla Sala Stampa vaticana, è un po’ diversa: ‘Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione…’. Simile, certo. Ma non identica. E quando si critica qualcuno su una frase così delicata, un minimo di precisione non guasterebbe. Il Papa, secondo la critica, avrebbe detto una cosa falsa, perché lo studio e la ricerca non porterebbero a Dio, ma semmai all’allontanamento dalla fede religiosa. Nel post su YouTube si aggiunge anche: “Lodevoli le sue parole contro la guerra e il riarmo, senza dubbio, ma quelle avrebbe potuto dirle qualsiasi persona dotata di buonsenso”. Prendo atto, dunque, che il Papa, pur accusato subito dopo di aver detto una falsità clamorosa, avrebbe almeno più buonsenso di molti governanti che oggi parlano di guerra come se stessero scegliendo il menù della mensa. E forse, per osmosi democratica, anche di una parte di chi quei governanti li ha votati. Curiosamente, più che una critica, sembra quasi un complimento involontario.

Ma veniamo al cuore della questione.

L’obiezione merita rispetto, perché non è completamente campata in aria. I dati citati non vanno negati. Sarebbe sciocco. La ricerca condotta negli dal “Pew Research Center” mostra effettivamente che, negli Stati Uniti, i laureati tendono meno di altri a dire che la religione è “molto importante”, e sono più propensi a definirsi atei o agnostici: 11% tra i laureati contro 4% tra chi ha al massimo il diploma. Ma lo stesso “Pew” aggiunge dati che complicano molto la caricatura che ne viene fatta: tre quarti dei laureati americani restano affiliati a una religione, e tra i cristiani i laureati risultano spesso osservanti quanto, o perfino più, dei meno istruiti in alcuni indicatori, come la frequenza settimanale al culto. Anche il dato più recente di Pew sui gruppi religiosi negli USA non autorizza lo slogan “più studi, meno credi”: nel 2023-24, il 70% degli hindu e il 65% degli ebrei americani avevano almeno una laurea quadriennale, contro il 35% della popolazione generale; i cattolici erano esattamente al livello medio nazionale, 35%. Gli agnostici e gli atei sono sopra la media, sì, ma non sono gli unici gruppi altamente istruiti. Dunque una risposta onesta dovrebbe dire questo: sì, in certi contesti occidentali contemporanei l’aumento dell’istruzione si accompagna spesso a una diminuzione della religiosità istituzionale o della certezza religiosa tradizionale. Non sempre, non ovunque, non nello stesso modo. Però il fenomeno esiste . Ma non dimostra che lo studio conduca necessariamente all’ateismo e soprattutto non dimostra che il Papa abbia “detto una bugia”. C’è una differenza enorme tra “molti istruiti oggi credono meno” e “la ricerca vera non conduce mai a Dio”. La prima è una constatazione sociologica discutibile nei dettagli ma reale in alcuni ambienti. La seconda è una conclusione filosofica che i dati non possono provare.

 Prendiamo l’esempio di Nature. L’articolo di Larson e Witham del 1998 rilevava che tra gli scienziati della National Academy of Sciences solo il 7% dichiarava fede in un “Dio personale”, mentre il 72,2% dichiarava incredulità e il 20,8% dubbio o agnosticismo. È un dato forte. Ma che cosa misura? Non “la verità o falsità di Dio”. Misura l’autodefinizione religiosa di un campione molto specifico: scienziati d’élite statunitensi, interrogati su una concezione precisa del Dio personale. È un dato interessante, certo, ma non può essere generalizzato come se rappresentasse l’esito necessario di ogni ricerca intellettuale .

Infatti Eugenie Scott, allora direttrice del National Center for Science Education, criticò proprio la sicurezza delle conclusioni tratte da quello studio: secondo lei le domande usate non erano ben progettate per investigare in modo affidabile le visioni religiose degli scienziati, e il titolo “Leading scientists still reject God” era prematuro. E qui Sapiens Sapiens fa un salto logico: passa da “molti scienziati non credono” a “dunque la ricerca porta lontano da Dio”. Ma sarebbe come dire: “Molti musicisti fumano, dunque studiare musica conduce alla nicotina”. I fattori implicati possono essere diversi. Può esserci correlazione culturale, ambiente sociale, formazione ideologica, reazione alla religione ricevuta, conflitto con forme fondamentaliste, pressione accademica, appartenenza generazionale. La statistica fotografa un fenomeno; non spiega da sola la verità metafisica.

La fallacia principale è l’equivoco sul verbo “trovare”. Per il Papa, “trovare Dio” non significa necessariamente: “iscriversi a una parrocchia dopo la laurea triennale”. Significa che la ricerca radicale della verità apre alcune domande inevitabili: Perché esiste qualcosa invece del nulla? Perché l’universo è intelligibile? Perché la matematica descrive la realtà fisica? Perché esistono coscienza, libertà, bellezza, amore, dovere morale? Perché l’essere umano non si accontenta del dato, ma cerca il senso del dato? Queste non sono domande da catechismo infantile. Sono domande da adulti. E spesso proprio lo studio serio le rende più acute, non meno.

Molte persone, studiando, cominciano a fare domande che prima non si ponevano. Scoprono la storia delle religioni, la critica biblica, la psicologia della fede, l’evoluzione, la cosmologia, la pluralità delle culture. E a quel punto certe immagini infantili di Dio crollano. Il Dio tappabuchi, il Dio-poliziotto, il Dio che serve solo a spiegare ciò che non sappiamo ancora spiegare, il Dio usato per spaventare o controllare. Se uno perde quel tipo di Dio, non sempre è una tragedia. A volte è quasi una grazia mascherata, anche se lì per lì brucia. Però da qui a dire che chi studia non può credere ce ne passa. E ce ne passa parecchio.

Il problema della critica al Papa sta proprio qui: prende una frase pastorale e la tratta come se fosse una statistica universitaria. Leone XIV non stava dicendo: “Più lauree prendi, più diventi cattolico praticante”. Non stava presentando un grafico con l’asse delle ascisse e delle ordinate, come se la fede aumentasse insieme ai crediti formativi. La frase del Papa aveva un altro senso: chi cerca sinceramente la verità, se porta quella ricerca fino in fondo, prima o poi incontra la domanda su Dio. Non necessariamente incontra subito la Chiesa. Non necessariamente trova una risposta pronta. Non necessariamente si inginocchia in cappella dopo l’esame di filosofia teoretica. Sarebbe una caricatura. Però entra nello spazio delle domande ultime. L’errore dell’obiezione è confondere due piani diversi. Un conto è dire: “Molte persone istruite oggi sono meno religiose”. Questo può essere vero, almeno in certi ambienti, come visto prima. Un altro conto è dire: “Dunque Dio non esiste” oppure “dunque la fede è irrazionale”. Questo è un salto logico. Una statistica può dirci come si distribuiscono le opinioni religiose in un certo gruppo sociale. Non può decidere da sola se Dio esista. Se domani il 90% dei professori universitari credesse in Dio, Dio non diventerebbe vero per maggioranza accademica. E se il 90% non credesse, Dio non diventerebbe falso per scrutinio laico.

La verità non si vota. Si cerca.

C’è poi un altro punto importante. Quando qualcuno dice: “Chi studia trova il vuoto quantistico, le fluttuazioni del vuoto, il multiverso, non Dio”, sembra dire una cosa molto moderna, molto scientifica. In realtà rischia di confondere i livelli. Il vuoto quantistico non è il nulla. È già qualcosa. Ha leggi, struttura, proprietà, descrizioni matematiche. Anche un eventuale multiverso non sarebbe il nulla: sarebbe una realtà fisica enorme, affascinante, forse persino vertiginosa. Ma resterebbe comunque una realtà da spiegare. Il Dio della tradizione cristiana non è una particella ancora non scoperta. Non è un fenomeno tra i fenomeni. Non è un oggetto nascosto da qualche parte nell’universo, magari dietro una galassia particolarmente devota. Dio, nella metafisica cristiana classica, è il fondamento dell’essere. È ciò per cui tutto ciò che esiste può esistere.

Per questo dire “la scienza non trova Dio” è vero solo in un senso molto limitato. La scienza non trova Dio come trova un pianeta, un virus o una particella. Ma sarebbe strano pretendere il contrario. Sarebbe come dire: “Ho analizzato chimicamente la Divina Commedia e non ho trovato Dante”. Certo: troverai carta, inchiostro, pigmenti, molecole. Ma l’autore non è un ingrediente chimico della pagina. Allo stesso modo, Dio non è un ingrediente dell’universo. È la ragione ultima per cui esiste una pagina, un lettore, una mente capace di capire, e persino una domanda capace di mettere tutto in discussione. La fede cristiana, quando è seria, non chiede di spegnere il pensiero. Il cristianesimo non nasce dicendo: “In principio c’era l’irrazionale”. Il Vangelo di Giovanni dice: “In principio era il Logos”. E Logos significa parola, ragione, senso, principio intelligibile. È una frase enorme. Vuol dire che al fondo della realtà non c’è il caos muto, ma una Ragione. Non una formuletta consolatoria, ma un’affermazione radicale sulla struttura del reale.

Naturalmente questo non significa che la fede sia una dimostrazione matematica. Nessuno arriva a Dio come si arriva al risultato di un’equazione. La fede coinvolge la ragione, ma anche la libertà, la storia personale, la fiducia, le ferite, il desiderio, la grazia. E proprio per questo non può essere ridotta né a ignoranza né a semplice emozione. Qui però bisogna essere onesti anche come credenti. Lo studio può davvero mettere in crisi la fede. Può mostrare che certe spiegazioni ricevute erano povere. Può smontare letture bibliche ingenue. Può far vedere le ambiguità storiche delle istituzioni religiose. Può far emergere il male compiuto anche da uomini di Chiesa. E davanti a tutto questo non si può rispondere con frasi prefabbricate. Se una persona dice: “Io ho studiato e sono diventata atea”, non bisogna risponderle come se fosse stupida. Bisogna ascoltare. Forse ha incontrato una religione soffocante. Forse le è stato presentato un Dio piccolo, vendicativo, burocratico. Forse ha visto troppa ipocrisia. Forse ha confuso il cristianesimo con la sua versione peggiore. Oppure forse ha fatto un percorso serio, sofferto, intellettualmente onesto.

In ogni caso, non va liquidata. Però anche quella persona dovrebbe accettare una domanda: il fatto che tu abbia perso la fede dimostra che Dio non esiste? Oppure dimostra soltanto che una certa immagine di Dio non ha retto al tuo cammino? Sono due cose diverse.

A volte l’ateismo non nasce dall’incontro con la verità, ma dalla delusione verso una caricatura di Dio. E, paradossalmente, quella caricatura può essere rifiutata anche da un credente maturo. Il cristiano adulto non crede nel Dio tappabuchi. Non crede nel Dio usato per zittire le domande. Non crede nel Dio che ha paura dei libri. Un Dio che teme una biblioteca è già un idolo con problemi di autostima. Il pensiero critico è necessario. Ma deve essere critico fino in fondo. Deve interrogare la fede, certo. Ma deve interrogare anche l’ateismo. Deve chiedersi se il naturalismo sia davvero dimostrato o soltanto presupposto. Deve chiedersi se la frase “esiste solo ciò che la scienza può misurare” sia essa stessa una scoperta scientifica. Perché non lo è. È una posizione filosofica. E come ogni posizione filosofica va argomentata, non semplicemente respirata come se fosse l’aria neutrale della modernità. La scienza è potentissima nel dirci come funzionano i fenomeni. Ma non può, da sola, rispondere a tutte le domande. Non perché sia debole, ma perché ogni metodo ha il suo campo. Con un microscopio puoi studiare una cellula, non il significato della giustizia. Con un telescopio puoi osservare una galassia, non misurare il valore di una promessa. Con un acceleratore di particelle puoi indagare la materia, non decidere se tradire un amico sia male. Non è disprezzo della scienza. È rispetto per la scienza: non chiederle di fare il mestiere della metafisica, dell’etica, dell’estetica o della teologia.

Per questo la frase del Papa andrebbe forse riformulata in modo più prudente. Non direi: “Chi studia trova certamente Dio”, ma piuttosto: “Chi cerca sinceramente la verità non diventa automaticamente credente; però, se non si ferma alla superficie delle cose, arriva inevitabilmente davanti alla domanda su Dio”. Questa formulazione mi sembra più forte, perché non nega l’esperienza di chi ha studiato ed è diventato ateo. Non finge che la fede sia il risultato automatico della cultura. Non trasforma Dio in un premio di laurea. Ma salva il punto essenziale: la ricerca integrale della verità non può evitare la domanda sul fondamento ultimo.

E allora la risposta all’obiezione di Sapiens Sapiens potrebbe essere questa: hai ragione a dire che molte persone istruite oggi sono meno religiose. Hai ragione a dire che lo studio può far nascere dubbi. Hai ragione a diffidare di una fede che pretende obbedienza senza pensiero. Anch’io diffiderei di una fede così. Ma hai torto se pensi che questo basti a liquidare Dio. Hai torto se confondi la crisi della religiosità sociologica con la confutazione della fede. Hai torto se pensi che il pensiero critico coincida automaticamente con l’ateismo. Hai torto se tratti la scienza come se potesse rispondere da sola a ogni domanda dell’essere umano. La ricerca autentica non è una strada con un unico esito obbligato. Alcuni, studiando, si allontanano dalla fede. Altri vi ritornano in modo più maturo. Altri restano in sospeso, abitati da domande che non riescono né ad accettare né a cancellare. Ma in tutti questi casi, se la ricerca è sincera, la domanda su Dio rimane aperta. Non tutti quelli che studiano trovano Dio subito. Alcuni trovano prima il dubbio. Altri il silenzio. Altri la rabbia. Altri ancora una nostalgia senza nome. E forse proprio lì, dove la certezza facile finisce e la domanda resta aperta, comincia una ricerca più vera.



Stefano – “Mentalmente Liberi”



Link di riferimento:

https://www.pewresearch.org/religion/2017/04/26/in-america-does-more-education-equal-less-religion/


https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2026/05/14/0405/00798.html



https://themuslimtimes.info/wp-content/uploads/2024/03/28478.pdf



https://ncse.ngo/do-scientists-really-reject-god





"Il Papa, lo studio, e Dio" - Risposta a Sapiens Sapiens

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